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Caravaggio: una esplosione di realismo

di Giuseppe Frangi

Se una cosa non era vera, se non era reale non lo interessava. Da questo punto di vista Michelangelo Merisi detto il Caravaggio non era tipo da far concessioni. Lombardo di nascita, era approdato a Roma quando aveva circa vent'anni: a spingerlo nella capitale una qualche malefatta commessa nella sua terra. A Roma aveva uno zio prete, che si preoccupò di trovargli una sistemazione presso un monsignore di curia, Pandolfo Pucci. Mesi duri, quei mesi del 1592, in una città diventata rifugio per i tanti disperati che non riuscivano a ricavare il minimo vitale dalla campagna. Anche il Caravaggio se la passava magra. Per mangiare doveva arrangiarsi con un'insalata che faceva «da antipasto, pasto e pospasto». Uscito dal tunnel, il pittore avrebbe ricordato quel suo primo benefattore con il nomignolo di "monsignor insalata".
Il secondo benefattore fu invece un oste milanese, un certo "Tarquinio". Aveva l'osteria al Monte di Brianza, proprio dietro piazza Navona. Qui i piatti dovevano certamente essere un po' meno magri. Caravaggio per guadagnarseli dipinge: e siccome lui, pittore "sbarbato" (così viene definito in un atto giudiziario - il primo di una lunga serie - del 1593), si rifiuta di inventare i suoi soggetti, ecco comparire sulle tele il Ragazzo che monda la pera, o il Ragazzo con il cesto di frutta (oggi alla Galleria Borghese di Roma). Tutte immagini vere, colte certamente nel retro dell'osteria. Vere persino nei particolari infinitesimali della polverina che fa opaca la pelle dell'uva non ancora lavata.
Per un pittore con la testa fatta così, mettersi a creare soggetti religiosi doveva risultare un problema. Attorno a sé vedeva quadri sacri che erano frutto d'invenzioni o di idealizzazioni dei suoi colleghi, oppure che si rattrappivano nelle forme stereotipate imposte dal legittimo giro di vite del Concilio di Trento. Niente di meno interessante per uno come il Caravaggio. Il quale, invece, l'occasione per dipingere il suo primo soggetto religioso se la trovò davanti, senza che l'avesse neppure cercata.
La storia è così curiosa che merita di essere raccontata.

Maddalena

La Roma di quegli anni era una città popolata da un gran numero di prostitute. Una circostanza che non faceva scandalo più di tanto neppure alla Chiesa, la quale raccomandava loro di frequentare le messe «deputategli a posta» nelle chiese di san Rocco e di sant'Ambrogio e di astenersi dall'attività il venerdì, il sabato e naturalmente «nelli giorni di festa». Tra queste c'era una certa Anna Bianchini «dai capelli rosci e lunghi». Figlia di un'altra cortigiana, toscana, probabilmente senese, era arrivata a Roma poco dopo Caravaggio all'inizio del 1593. Ora, fatto insolito e stupefacente, questa Anna Bianchini covava un desiderio nel cuore: possedere un quadro che rappresentasse la Maddalena. Come siano andate le cose non è dato sapere, ma certo i fatti documentati lo possono suggerire. Caravaggio nel 1596 dipinge una Maddalena, suo primo soggetto religioso. E a far da modella chi troviamo? Proprio Anna Bianchini. È il quadro famoso conservato oggi alla galleria Doria Pamphilj di Roma: la Maddalena se ne sta sola, seduta in mezzo alla stanza, la testa china con i capelli scomposti e i gioielli abbandonati sul pavimento. Rispetto alle Maddalene che la pittura ci aveva sempre mostrato qui c'è qualcosa di nuovo e di assolutamente diverso: niente più plateali gesti di autopunizione, ma l'atteggiamento umanissimo di una persona che si sente peccatrice e che chiede, oltre al perdono, una Presenza vera accanto a sé. Come scrisse un poeta amico del pittore «questa immagine poteva commuovere Dio». Caravaggio dipinse il quadro ed è facile immaginare che, come ogni sua opera, anche questa finisse nelle mani del cardinal Del Monte, per il quale il pittore in quegli anni lavorava. E la povera Anna Bianchini? La ritroviamo due anni dopo, citata in giudizio per aver sottratto un quadro ad un certo Ludovico Bianchetti. Naturalmente si trattava di una Maddalena, con ogni probabilità di una copia di quella del Caravaggio, che in quegli anni contava già un notevole stuolo di imitatori. Voleva, talmente voleva quell'immagine - cui, immaginiamo, aveva legato una speranza anche per la propria vita - da accettare il rischio di passar per ladra. Questa dunque è la storia vera del primo quadro religioso di Caravaggio.
Il secondo ha una vicenda senz'altro più tranquilla: è la Fuga in Egitto, pure conservata alla Doria Pamphilj di Roma. Dove, va ricordato, la Madonna che, con tanta tenerezza, china il suo capo a proteggere il sonno del bambino, ha ancora le fattezze di Anna Bianchini.

L'istante e l'Eterno

Trascorrono tre anni e il Caravaggio, ormai ventisettenne, ha la grande occasione della sua vita. Grazie all'intercessione del cardinal Del Monte, viene chiamato a dipingere l'ultima cappella rimasta incompiuta nella chiesa di San Luigi dei Francesi. È la cappella Contarelli. Il tema era prefissato: raccontare la storia di san Matteo, visto che la cappella veniva decorata con il lascito del cardinale Mathieu Cointrel morto 15 anni prima.Caravaggio, innovativo anche in questo, rinuncia all'affresco e opta per due grandi tele. A sinistra dipinge la Vocazione, a destra il Martirio. Ma è proprio nel quadro di sinistra che realizza il capolavoro inatteso che lascia tutta Roma a bocca aperta. Anche in questo caso, com'è nella sua natura, Caravaggio parte dalla realtà. Come fonte ha quei due versetti del Vangelo di Matteo (particolare che ricorre identico anche in Marco e Luca) medesimo: «Gesù vide, seduto al banco della dogana, un uomo chiamato Matteo. E gli dice: "Seguimi". E quello alzatosi lo seguì».

Ma gli bastano: coglie la dinamica umana che sta sotto quella scarna descrizione autobiografica dell'apostolo evangelista. Ricostruisce l'ambiente nudo e buio della dogana di Cafarnao dove Matteo, il pubblicano, riscuoteva il dazio delle carovane che, provenienti da Damasco, puntavano lungo la Via Maris, ai porti sul Mediterraneo. Una posizione di assoluto privilegio, che gli garantiva potere e ricchezza: come dimostra la descrizione nei Vangeli della cena fastosa offerta da Matteo-Levi in onore di Gesù, dopo la sua chiamata. E come dimostrano, nella tela di Caravaggio, i vestiti appariscenti di quelli che, attorno al "banco della dogana", stanno contando i soldi della giornata.

Certo, quell'abbigliamento contrasta di molto con la tenuta scarmigliata di un altro personaggio della scena: ha i piedi scalzi, impugna un bastone e accompagna quell'altro uomo venuto a chiamare a Sé Matteo. Matteo ha lo sguardo di chi ha già calato tutte le difese: in lui c'è lo stupore per quella chiamata assolutamente inattesa.

Indica se stesso con il dito, come a voler esser sicuro che quell'uomo cercasse proprio lui. Ma intanto i suoi occhi ci dicono che quanto succede attorno al tavolaccio, per lui, da quell'istante, appartiene al passato. In quell'uomo ha colto qualcosa che lo interessa di più, che risponde di più al suo cuore.

Attaccamento alla realtà

Il quadro stupì tutti (e stupisce chiunque ancora oggi) non perché Caravaggio avesse inventato qualcosa di nuovo per la pittura e per la spiritualità del tempo. No: lo stupore veniva e viene dalla constatazione che in questo quadro non c'è nessuna invenzione. Racconta quel fatto come quel fatto, con ogni probabilità, doveva essere accaduto, in un giorno normale, con la luce del sole che batteva sul muro della dogana di Cafarnao. La Vocazione di Matteo determinò la consacrazione per il lombardo ormai romano a tutti gli effetti. Quel suo attaccamento, anche brutale, ai dati della realtà gli avrebbe procurato molti problemi, a cominciare proprio dal quadro con Matteo e l'Angelo, dipinto per l'altare della stessa Cappella Contarelli, e che gli venne clamorosamente rifiutato.

Ma nessuna censura poté fermare, qualche tempo dopo, un'altra immagine creata da Caravaggio: quella dell'apostolo Tommaso che mette la mano nel costato di Gesù risorto. Toccò davvero e davvero credette.
Una documentazione così fisica e indiscutibile della resurrezione di Gesù non si era vista forse neppure nella stagione del romanico. Sarà certamente anche per questo che l'Incredulità di Tommaso è stato probabilmente il quadro più copiato della storia. Gli esperti ne hanno contate ben ventidue repliche. La realtà colpisce il cuore degli uomini molto più di ogni fantasia spirituale.

Tratto e riadattato dal sito di don Gabriele Mangiarotti
[Sito ben curato e molto ricco di materiali sull'insegnamento della religione]

Si può vedere anche il contributo di Cristina Terzaghi (occasionato da una mostra di Caravaggio): l'uomo che viveva nei suoi quadri.

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