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Cezanne, l'eroismo del reale

Appassionato, indomito, ostinato osservatore della realtà. Proteso nella sua pittura a fermare l'attimo che fugge. Un genio che ogni giorno riprendeva il lavoro e la ricerca sentendosi sempre sulla soglia del mistero delle cose

di Cristina Terzaghi

«Gli occhi io non riesco a staccarli… Sono talmente attaccati al punto che sto guardando, che mi sembra stiano per sanguinare», questa la sorprendente esperienza di Paul Cézanne, all'alba dei sessantaquattro anni. Al principio del Novecento, infatti, il pittore di Aix così sintetizzava la propria poetica figurativa, secondo una serie di testimonianze raccolte nello splendido volume edito qualche anno fa da Donzelli (M. Doran, Cézanne. Documenti e interpretazioni, Roma 1995): un'appassionata, indomita, quasi ostinata osservazione della realtà.

Per chi ha in mente le innumerevoli raffigurazioni del monte Sainte-Victoire, delle mele sulla tavola e dei paesaggi di l'Estaque, temi che costituiscono gran parte del percorso dell'artista, è abbastanza chiaro come gli occhi arrossati di cui si diceva costituiscano assai più di una metafora. Il catalogo di Cézanne presenta infatti scarsa varietà di soggetti, che insistentemente si ripetono, e che offrono la misura di una continua osservazione della natura circostante, colta nella sua veste più familiare e quotidiana.

Recita un antico adagio: geni si nasce, non si diventa. Cézanne la pensava diversamente: «L'uomo onesto ha nel sangue il suo proprio codice. Il genio si costruisce il proprio codice vivendo, si costruisce un metodo». Di questa straordinaria avventura dà conto la mostra attualmente in cartellone a Roma. Chi vi cercasse soltanto l'emozione del Cézanne maturo uscirebbe forse un po' deluso, nonostante un capolavoro come l'Uomo seduto del Museo di Oslo del 1898-1900 (un'opera appartenuta al pittore Odilon Redon).

Mille strade

Assolutamente commovente è invece, nelle tele romane, seguire la quantità di strade imboccate dall'artista alla ricerca di un modo di esprimere la verità del reale. Strade a volte controverse e contraddittorie, che, se percorse fino alla fine, avrebbero forse dato un risultato diverso dal Cézanne che noi conosciamo, come appare evidente nella giovanile Strada in curva in Provenza (Montreal, Museum of Fine Arts), o nella bellissima Natura morta con zuccheriera, pere e tazza blu (Musée Granet, Aix-en-Provence), dove l'artista utilizza il colore puro, quasi spremuto sulla tela direttamente dal tubetto, lavorando con poche intense pennellate, come avrebbe potuto fare Van Gogh. Vibrano in queste prove giovanili continui ripensamenti, corsi e ricorsi che inteneriscono lo spettatore carico del senno di poi, fornendo la prova tangibile di come non si sa mai in anticipo ciò che si è, tantomeno ciò che si diventerà. Il tempo e lo spazio dunque non esistono invano, come amava ripetere lo stesso Cézanne: «D'altronde il tempo e la riflessione modificano a poco a poco la nostra visione, e infine viene la comprensione».

Ma la comprensione di che? Ascoltiamo nuovamente il pittore: «Tutto ciò che vediamo non è vero, si disperde, se ne va. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di lei, di ciò che ci appare. La nostra arte deve darle il respiro della durata (…). Deve farcela gustare come eterna. Che cosa c'è sotto di lei? Forse nulla. Forse tutto. Tutto, comprende?».

Alla ricerca della verità che sottende l'apparenza, si capisce come Cézanne non si sia mai identificato fino in fondo con i contemporanei pittori impressionisti, con cui pure aveva esposto a Parigi agli esordi del movimento, e di cui restò sempre amico e grande ammiratore, secondo quella sua particolare disposizione d'animo per cui alla domanda: «Quale virtù a suo avviso è più degna di stima?», ebbe a rispondere: «L'amicizia».

Poetica impressionista

Un paio di dipinti a Roma illustrano chiaramente la posizione dell'artista rispetto alla poetica impressionista del fermare l'attimo che fugge. Si tratta di L'acquedotto (Museo Puskin, Mosca) e di Acqua e fogliame (collezione privata). Realizzati negli stessi anni, nella stessa campagna provenzale, e oggi esposti uno di fianco all'altro, rivelano il pittore da una parte (Acqua e fogliame) tutto entusiasta nel catturare la realtà che muta, dall'altra (L'acquedotto) tutto teso a coglierne la struttura, secondo la ben nota affermazione: «Tutto in natura si modella secondo la sfera, il cono e il cilindro. Bisogna imparare a dipingere sulla base di queste figure semplici, dopo si potrà fare quello che si vorrà».

Senza ambiguità

In questi anni Cézanne appare insomma al bivio di fronte al grande problema: le cose sono effimere, eppure esistono. La sua posizione e la sua scelta sono prive di ambiguità. «Forse un mattino andando in un'aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore di ubriaco», scriverà quindici anni dopo Montale, Cézanne non è affatto di questa partita. Lui che passava le giornate a farsi spiegare la struttura geologica delle rocce della montagna Sainte-Victoire, sperando di riuscire a rappresentarle in modo che fosse il più possibile comprensibile che non esistono invano, confidò infatti all'amico Gasquet: «Il mio metodo, il mio codice è il realismo. Ma, sia chiaro, un realismo alla grande, senza dubbi. L'eroismo del reale. Il mio metodo è di amare il lavoro (…). Ho giurato a me stesso di morire dipingendo». E a Roma ci si trova davanti un uomo il cui percorso sembra davvero riconducibile: «All'invitazione evangelica: bussate e vi sarà aperto», secondo l'illuminante definizione di Giovanni Testori («Cézanne, la verità», in Corriere della Sera, 5 maggio 1978, ora in G. Testori, La maestà della vita, Milano (Bur), 1998, p. 40). Quelle giovanili sperimentazioni rivelano l'umiltà e il coraggio di un genio (oggi riconosciuto da tutta la critica come il padre della pittura moderna) che ogni mattina riprendeva il lavoro e la ricerca sentendosi sempre sulla soglia del mistero delle cose, come scrisse tre anni prima di morire all'amico Vollard: «Io intravedo la terra promessa. Sarò come il capo degli ebrei oppure potrò entrarvi?».

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