vieni al Giardino di Sirmione

Giotto

Un genio terra terra

Chi era nella vita quotidiana il grande pittore che nel '300 cambiò il destino dell'arte? Un uomo molto concreto, con ben otto figli, oculato investitore dei suoi beni

di Walter Mariotti

«Credette Cimabue nella pittura
tener lo campo e ora ha Giotto il grido
sì che la fama di colui oscura».

Dante aveva capito tutto. Aveva capito che con Giotto si apriva un nuovo capitolo della pittura occidentale. Ma chi era, in realtà, Giotto? La leggenda vasariana racconta che una mattina, tra i clivi verdeggianti e asprigni del Mugello, a Vespignano, passasse Cenni Pepo, in arte Cimabue. Il migliore, il più moderno, e il più conscio tra gli artisti del tempo. Cimabue vide un piccolo pastore, intento a disegnare una pecora su una roccia. Giotto, la nativitaUn'intuizione folgorante? Un capriccio momentaneo? Cimabue decise di rispondere portando con sé, a Firenze, il giovane. A studiare pittura. Fin qui la favola oleografica che tutti si raccontano, ma che non dice niente di chi era in realtà l'uomo, Giotto di Bondone, goffo d'aspetto e di cervello fino, brutto e arguto come lo ricorda Boccaccio nel Decamerone. Giotto era nato a Colle di Vespignano intorno al 1267 e presto trasferitosi a Firenze è allievo di Cimabue, nella bottega dove giovanissimo si trova a lavorare nel gran cantiere della basilica superiore di San Francesco, calderone dell'arte italiana del Trecento. Durante il Giubileo del Trecento è a Roma, per affrescare la loggia lateranense con Bonifacio VIII che indice il Giubileo. Il villano del Mugello è così ormai divenuto un artista celebre e osannato, mentre il vecchio Cimabue è oscurato dalla nuova stella, per dirla ancora con Dante. E alla fama s'accompagna naturalmente l'agiatezza economica. Giotto aveva, infatti, da pensare alla famiglia, numerosa, con figlie da dotare e maritare. Intorno al 1290 si era sposato con Ciuta di Lapo del Pera di Firenze, da cui aveva avuto quattro figlie femmine e quattro maschi: Caterina, sposata al pittore ricco di Lapo; Chiara, maritata nel 1326 con ricca dote di case e terreni; Lucia, andata a prendere marito in Mugello e la bigotta Bice, che sarà presto pinzochera (suora) a Santa Maria Novella. I maschi, invece, si chiamano Francesco, che sarà priore della chiesa di San Martino a Colle e principale amministratore dei beni paterni, un altro Francesco che segue, con scarsissimi successi, le orme del padre, quindi Donato e Niccolò.

Tra case e poderi

Non dimenticando le origini contadine, Giotto è ben attento a investire i suoi guadagni. Compra case e terreni, non si lascia traviare dagli investimenti azzardati dei suoi concittadini - come il commercio rischioso delle stoffe e delle spezie, che non fa per lui, perché considera la speculazione su larga scala imprudente e troppo legata ai capricci della sorte -. Giotto viene dalla terra e la terra vuole. Eccolo dunque, dopo aver comprato casa a Firenze per sé e famiglia, acquistare abitazioni e terreni in campagna. I documenti ricordano una casa presso porta Panzani, un'altra la cede a pigione presso la chiesa di San Pancrazio, nel quartiere di Santa Maria Novella, a un certo Bartolomeo, correggiaio; poi un podere a San Michele Aglioni. Nel 1327 compra un casolare a Pesciolo; nel 1322 a Colle Val d'Elsa, e ancora nella natia Vespignano. Giotto affitta le terre e mette a frutto i guadagni. Ormai benestante, non disdegna la piccola attività imprenditoriale, noleggiando a un prezzo elevatissimo - accà nisciuno è fess, come ha imparato nel suo soggiorno napoletano - un telaio per tessitura a Bartolo di Rinuccio. Nel 1314 nomina anche dei procuratori a Firenze per la riscossione dei crediti: evidentemente, l'artista non disprezza di prestar denaro a interesse, sapendo difendere i propri profitti. I documenti registrano una lite col notaio Ser Grimaldo per una questione di terreni. Curioso che il depositario dell'immagine di Francesco, il poverello di Assisi, si riveli così accorto amministratore e sia l'autore (supposto dallo studioso Rumhor, nel 1827) della borghese canzone Molti son quei che lodan povertate, dove la miseria è intesa come fonte d'ogni peccato e vizio, cagione assoluta di danno. E se la poesia non è autografa del pittore, certo è in armonia con lo spirito imprenditoriale dell'artista, assai avveduto negli affari e nel gestire il patrimonio. Giotto però non dimentica mai d'esser pittore. Non può. E lavora dunque tantissimo e per tutta l'Italia, spingendosi fino alla corte pontificia di Avignone. Viaggia con la sua numerosa bottega da Napoli a Milano, da Roma a Rimini, a Padova, e in ogni luogo lascia un segno indelebile e fertile. A Padova, nel 1302, dipinge per il banchiere usuraio Enrico Scrovegni, nel 1328 è a Napoli al servizio del re Roberto D'Angiò, mietendo successi e riempiendo la scarsella di sonanti monete. Nominato familiare del re, riceve una pensione e ricche prebende, prima di partire alla volta di Milano per lavorare nel palazzo di Azzone Visconti.

La “scatola” di Assisi

Che sia o meno Giotto l'autore giovanissimo delle Storie d'Isacco nella superiore basilica assisiate non è certo. Ma è vero che quella rigorosa “scatola spaziale” entro la quale agiscono i personaggi già racchiude il germe che si espliciterà in forma perfetta nella mirabile invenzione della finta cappella degli Scrovegni a Padova, vero monumento e riassunto dell'arte italiana, dove l'argomento principe, l'eroe assoluto della raffigurazione è lo spazio. Non c'è scena religiosa o profana; solo lo spazio vuoto e illusionistico, naturale e nuovo, tutto italiano. Ed eccolo dunque quel campagnolo tarchiato mostrare ai fiorentini, all'Italia e al mondo del Trecento e dei secoli a venire il nuovissimo “volgare” dell'arte rinata. Diventando l'Alighieri della pittura, indicare una moderna via d'arte. Personaggio concreto, d'una concretezza tutta contadina, Giotto resta “l'Artista” per antonomasia, il geniale e avveduto imprenditore iscritto all'Arte dei Medici e degli Speziali fiorentini con gli allievi Taddeo Gaddi e Bernardo Daddii. A Firenze in realtà non si muoveva foglia, dal punto di vista artistico, senza che lui non acconsentisse. E, ottimo venditore di se stesso, certamente aveva preparato il terreno al permanere della sua fama, anche dopo morto. Quando se ne andò neppure sessantenne, a Firenze, l'8 gennaio 1337, in molti ebbero la percezione che se ne fosse andato un genio. La storia avrebbe soltanto confermato quella sensazione. «Fu sotterrato in Santa Maria del Fiore - dice il Vasari - dalla banda sinistra entrando in chiesa, dove un matton di marmo bianco per memoria di tanto uomo», e lì ancora riposa, nella cripta di Santa Reparata.

Tratto da Tracce

Si veda anche questo contributo sulla Cappella degli Scrovegni.

Stai usando un browser (versione obsoleta di IE) che non visualizza correttamente gli effetti grafici di questo sito. Ti consiglio di usare piuttosto Firefox, o Chrome, o Safari, o IE10, per esempio.

Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.