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Leopardi

Leopardi e il destino

di Divo Barsotti

In Leopardi il dolore non nasce solo dalla fine delle illusioni.
Il dolore ha una radice religiosa: l'uomo cerca disperatamente un suo partner che non può che essere fuori dal mondo mutevole.
S'avessi io l'ale

Leopardi si rivela con una semplicità e candore ammirabile nell'epistolario (lett. 824, 931). Nelle sue lettere, specialmente al padre, si spoglia di ogni veste letteraria e lascia parlare il suo cuore con un linguaggio di pura umiltà. Sono le lettere che più direttamente ci dicono la sua esperienza di pena. Quale è stato il rapporto tra il suo dolore e la visione che egli ebbe della infelicità universale? La sua poesia altissima è insieme testimonianza della sua pena e visione della universale infelicità: dalla poesia è così possibile riconoscere l'intimo rapporto tra l'esperienza e il pensiero. I Canti rimangono espressione di questa profonda unità. Nell'epistolario il poeta ci apre candidamente il suo cuore, nelle Operette morali, se non crea un vero sistema filosofico, ci vuol dare sicuramente il suo pensiero.

È indubbio che le Operette morali sono l'espressione più elaborata del pensiero del poeta. Come iniziano con un testo religioso, così avrebbero dovuto avere il loro compimento con un testo che ha tutta la solennità di un testo ispirato. Queste due operette possono rivelarci il nucleo centrale del pensiero leopardiano riguardo al tema fondamentale del dolore. All'inizio è la Storia del genere umano, alla fine Il canto del gallo silvestre. Sembra che il pensiero del poeta sia ondeggiante, tuttavia vi è una coerenza profonda in questo suo ondeggiamento medesimo. Vi è una fedeltà nel dubbio, ma anche una fedeltà nel proclama re quella che è la sua verità. E la verità fondamentale rimane, nel Leopardi, il dolore: «Arcano è tutto fuor che il nostro dolor» egli afferma nell'Ultimo canto di Saffo. Perché il dolore invece della gioia? Il poeta ne dà la colpa all'età vile nella quale si è trovato a vivere. È in opposizione al costume del tempo che egli dunque è infelice. Non si dà per lui ora altra scelta: «O codardi o infelici» (cfr. Per le nozze di Paolina). Nella sua prima giovinezza animata da «eroici furori» aveva preteso di risvegliare da solo un popolo schiavo; lo aveva esaltato la volontà dell'impresa, la visione di una gloria che avrebbe potuto conseguire, ma non ci volle molto perché egli stesso si risvegliasse dal suo sogno di gloria. Cadeva la prima illusione: doveva vivere in un mondo meschino, e vi sarebbe rimasto e sentito sempre un estraneo: sarebbe stato suo destino la solitudine. Del resto, anche se avesse conseguito la gloria, cos'era la gloria? Della potenza, della grandezza di Roma che rimaneva? Solo il canto di un carrettiere rompeva ora il silenzio della notte. Tutto, tutto sarebbe affondato nel nulla: così l'eroismo, oltre che impossibile, era inutile.

Cercò allora il poeta rifugio nella natura. Crede che del male non fosse causa il grigiore dell'età, ma il progresso, la civiltà stessa che distaccava l'uomo dalla natura. L'integrazione dell'uomo con la natura era stato l'ideale della Grecia più antica: in quella età remota, l'uomo viveva una comunione col tutto, viveva in compagnia degli dei. Poteva l'uomo rinnovare questa alleanza? Leopardi sentì viva la nostalgia della Grecia, ma, a differenza del suo grande fratello, Hoelderlin, egli sentì irrevocabile il passato. Visse allora la natura ed era amica dell'uomo, ma il ricordo di questa età remota faceva ora più grande l'infelicità dell'uomo che si sentiva straniero. Cadevano una dopo l'altra tutte le illusioni che potevano far bella e desiderabile la vita, e il poeta si sentiva sempre più solo. Rimaneva una illusione e, come aveva scritto nella Storia del genere umano, questa illusione lo accompagnerà per tutta la vita, sorgente di ineffabili vagheggiamenti e di desolati risvegli: l'amore. Tutta la poesia del Leopardi canta l'amore. È vero che gli è sempre negato, ma in lui continuamente risorge. Neppure si è accorta di lui la cugina, la prima che lo fece palpitare di amore. Poi, la sua deformità fisica gli fece comprendere che, sì, egli poteva amare, ma non sarebbe stato mai amato. Così nell'Ultimo canto di Saffo, ma più vivo e personale è lo schianto ne La sera del dì di festa: «Non io, non già ch'io speri, / al pensier ti ricorro. Intanto io chieggio / quanto a viver mi resta, e qui per terra / mi getto e grido e fremo». A distanza di anni, nella dolcezza del ricordo riaffiorano le immagini di Silvia, di Nerina, fanciulle segretamente amate. La loro morte segna per lui la fine della giovinezza e, con questa, la fine della speranza. Non rimane al poeta che la morte. Eppure no, l'amore sembra immortale. Risorge la vita. Nell'opera del poeta solitario, unico è l'inno che canta l'amore. È l'amore che trionfa di ogni pena, l'amore che solleva a felicità «nuova» il poeta.

Da tanta esaltazione, è proprio l'amore che, respinto e schernito, precipita il poeta nella più cupa e nera disperazione. Anche questa illusione l'abbandona. Quasi epigrafe sepolcrale nella sua brevità, conclude la parabola la poesia A se stesso. Il dolore non nasce solo dalla fine delle illusioni, più fonda è la sua radice. Non è frutto e conseguenza di qualcosa, dal momento che è all'origine di tutto: la vita stessa è dolore. Invano cerca il poeta un altro contenuto, una ragione alla vita. Dalla infelicità sua egli passa al riconoscimento di una infelicità universale, al dolore del mondo, al dolore di ogni essere creato. Ogni uomo tende a divenire la coscienza del mondo. Leopardi diviene il poeta del dolore universale. L'alta poesia delle Operette morali più direttamente si libera da ogni riferimento alla sua persona, tranne nell'ultima, che fu composta dopo vari anni; vuole essere una lucida e fredda accusa alla presunzione umana, alla viltà dell'uomo che rifiuta di vedere; ed è visione grandiosa e apocalittica della comune infelicità. Questa rimane per il poeta la verità unica e suprema. Se non vogliamo soltanto scorrere i suoi scritti, ma cercar di capire quale sia la posizione del poeta rispetto al suo tempo e che cosa può dirci oggi, se più profondamente vogliamo determinare il valore oggettivo del suo pensiero e come egli è potuto giungere a questa visione, s'impone che ci arrestiamo senza richiamare anche solo indirettamente i testi, - che sono innumerevoli, e appartengono ai Canti, alle Operette morali, allo Zibaldone. Il poeta ha voluto prima di tutto conciliare il suo pensiero col cristianesimo.

A differenza di Hoelderlin, egli ben presto si è reso conto della crisi profonda della Grecia. Se Leopardi è discepolo dei greci, egli tuttavia è stato soprattutto segnato dalla crisi che la grecità conobbe nell'età dei sofisti. Egli non poteva credere agli dei dell'Olimpo; ogni sua integrazione con la natura gli era impossibile: egli sentiva di non essere soltanto un elemento della natura. Poteva sentire, sì, ed era questo uno dei motivi più forti della sua angoscia, che la natura aveva ogni potere sull'uomo. Sentiva che il tempo e la vastità sconfinata dell'universo, annullavano l'uomo, eppure l'uomo trascendeva, nel suo spirito, la natura. Il pensiero dei tragici greci gli aveva insegnato che l'uomo, nonostante la sua grandezza, non può nulla contro il fato e la natura, è senza difese contro un potere cieco che lo distrugge. Il cristianesimo nulla aveva cambiato, ma aveva aiutato l'uomo a superare l'angoscia col rinnovare le illusioni delle antiche età. Finché l'uomo ha creduto, non ha conosciuto l'angoscia: il cristianesimo ha saputo dare all'umanità, con una nuova fede, una nuova giovinezza. Ma la fede cristiana non aveva maggiore fondamento, secondo il poeta, delle favole antiche. Come gli antichi avevano creduto che scendevano fra i mortali gli dei dell'Olimpo (Alla primavera...), così ora. Al mito pagano si sostituiva il mito cristiano. La pena era, nella morte degli dei, il vuoto della creazione, il non-senso di tutto, il riconoscimento che «unico obietto» dell'esistenza era la morte. Il poeta vive la tragicità di una vita che gli appare vuota ed assurda. Più del dolore diveniva insopportabile la noia. Anche il dolore poteva essere un diversivo, ma dalla noia nulla poteva liberarlo. Ai vertici di ogni sua poesia, perché espressione suprema dell'umana infelicità, il Canto notturno di un pastore errante nell'Asia, chiedeva inutilmente un perché della vita, delle cose, del mondo. L'amore sembrava dare un fine alla vita, dal momento che per l'amore a questa infelice scena del mondo sorride all'uomo in vista di paradiso» (La vita solitaria). È certo significativo che il poeta, quando canta l'amore, usi inevitabilmente un linguaggio religioso, e inno divenga la sua poesia. Addirittura forse non si ritrova nella letteratura italiana un linguaggio così alto, così ispirato, così religioso come il canto Alla sua donna e Il pensiero dominante. E, certo, l'amore era la suprema illusione, e forse avrebbe potuto accompagnare l'uomo fino alla morte, ma l'uomo cercava disperatamente un suo partner senza trovarlo. Il partner dell'uomo non poteva essere che fuori di un mondo mutevole, di un mondo nel quale l'uomo si sentiva prigioniero: «Forse s'avess'io l'ale... ». Il dolore del poeta aveva un fondamento metafisico. L'uomo è straniero nel mondo: desideri immensi lo agitano, lo ispirano pensieri sublimi, ma tutto nella vita è disinganno. La vita non offriva nulla di quanto aveva promesso e l'uomo aveva potuto sperare. Si può pensare che se avesse conosciuto l'amore, il poeta avrebbe vinto la pena? Di fatto egli stesso aveva detto che questa illusione può accompagnare l'uomo fino alla morte, ma rimaneva illusione. Nonostante tutto, egli chiedeva e voleva di più dalla vita, pretendeva che la vita avesse un senso, una ragione. Non credeva al progresso, non credeva che l'uomo avrebbe potuto vincere mai la natura nella sua bruta necessità, nel suo potere di distruzione. Nonostante che invocasse la morte, perché intollerabile gli era la vita, non poteva accettare che la morte fosse «l'unico obietto» della vita. Il desiderio di morire non era in lui che rifiuto della vita, perché la vita era peggiore della morte. Chi avrebbe potuto dare un senso alla vita? Se nulla, nessuno vi è al di là della natura-e la natura è dio- allora l'uomo diviene incomprensibile. Come la natura può aver prodotto lo spirito? L'uomo di fatto si sente, ed è, della natura più grande. Come la natura, che è necessità senza ragione, avrebbe potuto dare una ragione alla vita? Unico, in un mondo cieco e muto, l'uomo soltanto conosce: può avere una ragione a quanto egli fa, non può dare un senso a se stesso.

Ma se la natura non è dio, allora una divinità malvagia, intesa soltanto al male, «a comune danno impera». L'uomo diviene rivolta disperata e impotente. Potrebbe lo sforzo dell'uomo, inteso a debellare questo potere occulto, avere successo? Nella Ginestra il poeta si fa banditore ed apostolo di questo proposito. L'unione degli uomini postulata da lui ha qualche accento cristiano, il fine di questa unione sembra invece satanico. In questo proposito il poeta è l'uomo di un tempo che aveva già conosciuto la ribellione prometeica. Tuttavia Leopardi non è così ingenuo da credere che anche la coalizione di tutti possa cangiare la sorte degli uomini. Al fondo di tutto vi è in lui una immensa pietà per gli uomini condannati irrimediabilmente al dolore, alla infelicità. Nel Canto del gallo silvestre il poeta contempla l'immancabile fine dell'universo e dice che prima che sia svelata la ragione del tutto, l'universo medesimo si dissolverà, ritornerà nel nulla. Rimane, e rimarrà sempre, il mistero. L'uomo sarà solo sino alla fine.

Alle sue domande nessuno risponderà. Al contrario di integrarsi come parte di un tutto in una natura amica, il poeta si sentirà sempre più un estraneo e la natura indifferente e ostile. Sempre più si allontanerà dagli uomini, frivoli e vuoti. Arido diverrà il suo cuore; il suo linguaggio, amaro. Dirà a se stesso: «Non val cosa nessuna / moti tuoi». Egli ha conosciuto qualcosa di più terribile del dolore. Vi è nell'esperienza del poeta la testimonianza di quanto paventava Nietzsche per gli uomini quando si accorgeranno che Dio per loro è morto. Senza Dio l'uomo vive già l'infelicità del dannato, una infelicità senza lenimento. Certo, non è stato pacifico nel poeta il rifiuto della fede cristiana, potrà persino affermare al padre di non essere stato mai irreligioso, e sempre risorgente sarà in lui il dubbio della vita futura; tuttavia l'incapacità di affidarsi alla fede è veramente all'origine della sua infelicità. Si ha quasi l'impressione che la sua bestemmia volesse provocare Dio a uscire dal silenzio. Dio e nessun altro poteva infatti essere il vero partner dell'uomo. Leopardi anticipa il pensiero di alcuni celebri filosofi contemporanei; il suo pensiero che nasce da un'esperienza profonda di pena è ben altrimenti vivo. Il poeta meglio assai di quei filosofi ci insegna l'origine religiosa del dolore. La donna gli avrebbe forse dato una momentanea ebbrezza, ma non avrebbe saputo rispondere alla domanda più fonda del suo spirito, e nello spirito era la sorgente della sua infelicità. Il cammino del pastore nella notte fu il cammino del poeta. L'uomo fatto per Iddio in Dio solo può trovare riposo. La tragica esperienza del poeta è una riprova della verità delle parole di Agostino. Come in Dio è la beatitudine dell'uomo così nell'assenza di Dio è la sua infelicità.

Tratto e riadattato dal sito di don Gabriele Mangiarotti
[Sito ben curato e molto ricco di materiali sull'insegnamento della religione]

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