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Ch.S. Lewis

di Pietro Schenone

La sua opera

Vi scriva su magari un libro, se ne sente una qualche inclinazione; è spesso un modo eccellente di sterilizzare i semi che il Nemico pianta nell'anima umana. Lasciagli fare qualsiasi cosa perché non venga all'azione.
Berlicche

Le due vie del pellegrino

Il primo romanzo scritto da Lewis è Le due vie del pellegrino, che venne pubblicato per la prima volta nel 1933 in Gran Bretagna. Il titolo completo in inglese ne rivela apertamente il carattere: The Pilgrim's Regress: An Allegorical Apology for Christianity, Reason and Romanticism.

Il ritorno del pellegrino, la strada che il giovane John percorre per ritrovare l'Isola che aveva scorto da bambino e contemporaneamente l'allegoria dell'avventura della ragione, che Lewis aveva vissuto e che aveva toccato il suo vertice tre anni prima, con la sua conversione. John è un ragazzo o poco più quando lascia la sua casa ed i genitori nel paese di Puritania, si mette in viaggio determinato a ritrovare l'isola della cui esistenza è certo perché l'ha veduta, anche se talvolta l'immagine gli si confonde nella memoria. Durante il viaggio John incontra spesso chi gli parla dell'isola e di come essa sia, in qualche modo, il desiderio o forse solo il sogno di tutti gli uomini. La maggior parte degli uomini la considera, per la verità, soltanto un sogno e, pertanto, stima vana la ricerca di John. D'altra parte chi ha buonsenso sa che tutti, prima o poi, trovano un isola di qui o di là, basta sapersi accontentare. Perché non fare come loro? Scegliere un paese, questo o quello poco importa purché sia comodo; sognare si può, ogni tanto, senza esagerazione. L'alternativa sembra essere una sola: tentare di realizzare il sogno, costruire un isola o qualcosa che le assomigli; ma questo ai più non sembra molto ragionevole.

Eppure per John non si tratta di un sogno, bensì di un desiderio alimentato da un ricordo, confuso ma non confondibile con un'illusione. Egli scopre, come scoprì Lewis leggendo la teoria della « contemplazione » di Alexander, che se non si confonde il desiderio con il suo oggetto, allora esso diviene un potente alleato per l'uomo che lo segue con onestà, esso gli svela i « falsi oggetti del desiderio » e lo rimette costantemente in cammino verso la risposta.

Il viaggio di John si interrompe sul fondo di un Canyon, è la spaccatura che dalla nascita del mondo arresta il cammino degli uomini verso l'isola, lo rende impossibile come è ora impossibile a John, che è stato capace di arrivare fino al confine, superarlo con le sue sole forze.

« Fissò le cime delle rocce ed il cielo stretto tra di esse, scuro e lontano, e pensò a quello spirito universale e alla fulgida quiete nascosta chissà dove, dietro i colori e le forme, al silenzio gravido nascosto sotto tutti i rumori, e pensò: "Se una goccia di tutto quell'oceano scorresse in me ora, se io, il mortale, realizzassi ciò che sono, tutto sarebbe migliore". Nell'amarezza del suo animo egli alzò lo sguardo ancora, dicendo: "Aiuto. Aiuto. Io voglio Aiuto" ».

Tuttavia, poiché non si può chiedere aiuto se non a chi lo può prestare, nonostante la confortante soluzione di aver parlato per metafora, il giovane John deve ammettere di non aver pregato se stesso; di non avere realmente pensato « Io » ma « Tu ». Improvvisamente però la metafora si anima, la domanda diventa preghiera perché qualcuno si avvicina per aiutarlo: « ancora una volta un Uomo venne a lui nelle tenebre e disse: "Devi passare la notte lì dove sei, ma ti ho portato un pane e se vuoi strisciare lungo quella cencia ancora per dieci passi, troverai là una piccola cascata d'acqua che scende dalla cima" ».

Quando John arriva all'Isola scopre che essa non è altro che l'arco di montagne che già da Puritania aveva scorto; le montagne sono l'Isola, solo il suo punto di vista è cambiato. John torna vèrso casa, ma questo nuovo cammino che è il ritorno è diverso, nuovo. Per lo stesso motivo l'ultimo capitolo dell'autobiografia di Lewis è intitolato « L'inizio ».

Nella prefazione a Le due vie del pellegrino, Lewis esprime il desiderio di essere riuscito in questo libro a scrivere non soltanto un'allegoria (che dovrebbe essere il « contrario che dire in modo complicato qualcosa di semplice »), ma una buona allegoria, perché essa allora si avvicinerebbe al mito « che si coglie con l'immaginazione, non con l'intelletto ». Egli diede ai lettori della terza edizione del romanzo una « chiave » interpretativa solo perché si accorse che i più erano disabituati alla scrittura allegorica. I pochi che la conoscevano erano affatto incapaci di applicare il loro sapere al libro, tanto da essere sconcertati dal sottotitolo: Apologia allegorica del Cristianesimo, della Regione e del Romanticismo.

Con la parola Romanticismo Lewis non fa riferimento ad uno dei tanti significati ad essa attribuiti, ma ad un'esperienza precisa: l'intenso desiderio per qualcosa di misterioso eppure conosciuto, al quale risultano inadeguate tutte le risposte, ma che non per questo cessa di essere. La Ragione, che nel libro John trova sulla sua strada, è quell'energia che rettamente intesa gli permette di proseguire il cammino, senza perdersi dietro ai falsi compimenti del desiderio che è in lui. E' Ragione che scioglie i dubbi di John, invitandolo ad accompagnarla: « potrai camminare con me fino a che non ti stancherai. Ma io posso dirti solo ciò che tu conosci. Posso portare fuori qualcosa dalla parte buia della tua mente, per metterlo in quella illuminata. Ma non chiedermi ciò che non è nemmeno in quella oscura ».

Posso insegnarti a riconoscere l'errore delle sue conseguenze. Non posso assicurarti che l'Isola sia qualcosa di reale, né che non lo sia. Posso però insegnarti a mantenere viva la tua domanda fino ad incontrare l'evidenza di una risposta.

Nel 1936 Lewis sviluppò le sue osservazioni sul metodo allegorico ne L'allegoria dell'amore, uno studio sulla letteratura medievale (con particolare riferimento al poeta inglese Chaucher del XIV sec.), che tratta dei rapporti tra lo sviluppo delle forme letterarie della « poesia cortese » ed il parallelo sviluppo della concezione e del sentimento dell'amore.

Le lettere di Berlicche

« Mio caro Malacoda, mi fa meraviglia che tu mi chieda se sia essenziale tenere il tuo paziente nell'ignoranza della tua esistenza. A codesta domanda, almeno per l'attuale fase della lotta, è già stato risposto per noi dall'Alto Comando. La nostra politica per il momento, è di tenerci nascosti ». Berlicche

J.Bosch

Le lettere di Berlicche, forse il libro più conosciuto ed apprezzato di Lewis, fu pubblicato per la prima volta a Londra nel 1942, tradotto in italiano e pubblicato nel 1947 ed ancora nel 1959, ora è reperibile negli « Oscar Mondadori » con un'introduzione di Luigi Santucci.

Nel suo Brindisi di Berlicche Lewis dirà che niente è stato così difficile per lui che riprendere a scrivere la corrispondenza tra la potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche ed il giovane apprendista tentatore, suo nipote Malacoda. E' stato facile, estremamente facile imitare lo stile del Diavolo, è difficile drammaticamente difficile liberarsi della maligna influenza della sua logica. Questo, al contrario di quanto si potrebbe credere, non è solo uno scrupolo dell'autore. Credo sia impossibile leggere le lettere apprezzando « la metafisica trovata del Diavolo epistolante » (come ha scritto Santucci), senza avvertire anche una sorta di pena.

Si può gustare la capacità dell'autore di « braveggiare nelle arti della psiche », non si può non temere la perfetta conoscenza della psicologia umana del Diavolo. Se è vero che il Diavolo « sinistramente e sottilmente, fa ridere » io, tutte le volte che leggo Berlicche, non riesco a ridere senza essermi prima guardato alle spalle.

Le lettere di Berlicche rivelano la faccia nascosta dell'avventura di John, se nell'uomo c'è un desiderio che lo spinge verso l'Altro, se questo desiderio è stato posto dentro di lui come un meccanismo pronto a mettersi in moto, c'è parimenti la capacità di pervertire il desiderio e di arrestare il proprio movimento davanti ad un idolo.

« Avevo una volta un paziente, un ateo ben saldo, che era solito recarsi a studiare nella biblioteca del British Museum. Un giorno, mentre stava leggendo, m'accorsi che un certo filo del pensiero cominciava a prendere una direzione sbagliata. Il Nemico, naturalmente, gli fu in un attimo al fianco.

Prima che riuscissi a raccapezzarmi, vidi che il mio lavoro di vent'anni cominciava a barcollare. Se, perdendo la testa, mi fossi messo a tentare una difesa per mezzo di una discussione, sarebbe stata finita per me. Ma io non sono così sciocco. Senza perder tempo colpii quella parte che in lui era più di ogni altra sotto il mio controllo, e suggerii che era giusto il tempo di andare a fare un po' di colazione. Il Nemico, è presumibile, fece a sua volta la contro-insinuazione che ciò che stava pensando era più importante della colazione. Almeno io penso che la Sua linea sia stata questa, perché, quando io osservai: "Perfettamente. Anzi, e troppo importante perché ci si accinga a trattarne a mezzogiorno", il volto del paziente s'illuminò considerevolmente; ed io non feci in tempo ad aggiungere: "Molto meglio tornare dopo pranzo, e trattare l'argomento con mente fresca", che era già a mezza strada verso la porta. Una volta sulla via la battaglia fu vinta. Gli mostrai il giornalaio che gridava le notizie delle edizioni pomeridiane, e un autobus, il n. 73, che passava, e prima che giungesse in fondo ai gradini riuscii a convincerlo più che mai che, siano pur strane fin che si vuole le idee che sorgono in capo quando si è chiusi da soli con i propri libri, una dose salutare di « realtà della vita » (e con ciò intendevo dire l'autobus e il giornalaio) bastava per dimostrargli che "tutte quelle robe" semplicemente non potevano essere vere ».

John ha conosciuto la pochezza di questi uomini,  condannati  a vivere  in  un  piccolo  mondo  perché  non  hanno saputo  spingersi  oltre la loro immaginazione,  ma  Lewis   sa  che  l'uomo  non  è destinato  a  questo.

Ciò è  di una tale  evidenza  che  il  timore  costante di  Berlicche  è  che  il  paziente segua onestamente  la propria natura, che l'uomo, si serva correttamente della ragione, usi di essa per paragonare con la propria esperienza tutto ciò che incontra: « La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all'uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. (...) ti eri messo a dannare il tuo paziente per mezzo del Mondo, vale a dire col presentare, la vanità, il daffare, l'ironia, e il tedio costoso come se fossero piaceri. Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l'ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? » L'anima affidata alle « cure » di Malacoda si salverà sfuggendogli dalle mani all'ultimo istante. Entrata ormai nel mondo vero vedrà chiaro per la prima volta. Potrà accostarsi a Lui, godere di quella presenza che per il Diavolo è intollerabile, partecipare di quel mistero che per il Male è inesplicabile:

« perché nutre il curioso ghiribizzo di fare di tutti cadesti disgustosi vermiciattoli umani, altrettanti, come dice Lui, suoi "liberi" amanti e servitori, e "figli" è la parola che adopera, secondo l'inveterato gusto che ha di degradare tutto il mondo spirituale per mezzo di legami innaturali con gli animali a due gambe. Volendo la loro libertà, Egli si rifiuta di portarli di peso, facendo uso soltanto delle loro affezioni e delle abitudini, al raggiungimento di quegli scopi che gli pone innanzi, ma lascia che "li raggiungano essi stessi" ».

A che cosa si riduce il mio reiterato avvertimento
che egli ama veramente i vermi umani
e veramente desidera la loro libertà
e la continuazione della loro esistenza?
Berlicche

Il grande divorzio

Il tema della libertà è al centro de Il grande divorzio, pubblicato per la prima volta nel  1945. Si tratta di un sogno, o piuttosto di una visione) che ricorda quella di Dante. Il protagonista è Lewis che guidato dal poeta George MacDonald si muove in un mondo di fantasmi inconsistenti  e, di Spiriti luminosi. Nella sua visione egli ha lasciato insieme alle ombre un paese grigio e tetro e con loro è arrivato ad una terra luminosa e di tale splendente consistenza che le ombre ne sono ferite in tutti i loro movimenti. Qui egli assiste agli incontri tra esse e le creature luminose e possenti degli abitanti di quella terra, che sono venuti incontro ai fantasmi per accompagnare ciascuno di loro alle montagne lontane.

Ogni incontro si risolve nella provocazione più decisa alla libertà dell'ombra, affinché abbandoni ogni pregiudizio e decida di fidarsi della guida. Ma proprio perché è nella sua natura essere tale, la proposta non fa che evidenziare la posizione umana che era stata dell'ombra: «il principio dell'inferno è: io sono mio».

L'ombra che incontra l'assassino dell'amico, si scandalizza che l'omicida sia arrivato prima di lui, che addirittura proprio questa sia la guida all'amico e a ciò che lo attende sulle montagne. «Non dico di essere stato un uomo pio... ma ho fatto del mio meglio per tutta la vita, giusto? non ho mai chiesto niente a cui non avessi già diritto... e ora chiedo solo ciò che mi spetta». Non sa, non ascolta quando gli viene detto che non sarebbe lì come un ombra vana se, sapendo di non averne nessun diritto, avesse osato chiedere qualcosa di meglio, se avesse aspirato ad una misura più grande della propria.

L'ombra che fu «un grande spirito» della religione spiega all'angelo risplendente che le sta innanzi che, dopo tutto, non si deve credere all'Inferno ed al Paradiso in senso letterale. Chiamare Inferno il luogo dal quale egli proviene, come sembra fare lo Spirito, sarebbe un poco blasfemo.

«Vuoi, almeno ora, pentirti e credere?»
«Non sono sicuro dì capire bene il tuo punto di vista».
«Non è un punto di vista, ti dico di pentirti e di credere».
«Ma caro ragazzo, io credo già. Possiamo anche non essere troppo d'accordo, ma tu devi avermi completamente 'frainteso se non hai capito che per me la mia religione è qualcosa, di veramente reale e veramente prezioso».
«Molto bene. Vuoi credere in me?»
«In che senso?»
«Verrai con me sulle montagne? Sarà duro in principio, finché i tuoi piedi non si saranno rinforzati. La realtà dura sotto i piedi delle ombre. Ma verrai?»
«Dunque, questo è il progetto. Sono perfettamente preparato a considerarlo con attenzione. E' ovvio che potrei richiederti qualche garanzia... Potrei chiederti di assicurarmi che mi stai portando in un posto dove troverà un migliore impiego dei talenti che Dio mi ha dato — in un'atmosfera di libera ricerca intellettuale — in breve, tutto ciò che significano le parole civiltà e vita spirituale».
«No. Non ti prometto niente di tutto questo. Nessun campo di applicazione: non c'è affatto bisogno di te là. Nessuno scopo per i tuoi talenti: solo il perdono per averli pervertiti. Nessuna atmosfera di libera ricerca, perché io non ti porto -nella terra delle domande ma delle risposte, e tu vedrai il volto di Dio».
«Ah! Ma dobbiamo sempre interpretare queste belle parole secondo il nostro modo. Secondo me non esiste qualcosa come la risposta definitiva. Il libero vento della ricerca deve continuare sempre a soffiare sulle nostre menti, non è' vero? "Provate tutte le cose"... viaggiare con la speranza è meglio che arrivare».
«Se questo fosse vero, e ritenuto come vero, come si potrebbe viaggiare con speranza? Non ci sarebbe niente in cui sperare...».

L'intuizione che il Desiderio provoca la libertà dell'uomo a ricercare prima ed a riconoscere poi, la risposta alla sete naturale, costituisce il frutto degli anni di studio e di riflessione attenta sulla propria esperienza che sono trascorsi dalla sua conversione.

altre opere

Gli studi di letteratura e filologia medievale, filologicamente accurati ed ancora validi, di cui è testimonianza per esempio L'allegoria dell'amare (tr. it. Einaudi), non fanno che confermarlo nella sua convinzione. Tutto serve al bene purché, come ha 'scritto a proposito della sua «gioia» nell'ultima pagina dell'autobiografia, si intenda «che il suo unico pregio consisteva nell'additarmi qualcosa di diverso e di esterno». Quando, sperduti nel bosco, si trova un cartello che segna la via, «non ci si ferma a guardarlo, o non molto; non su questa strada, nonostante il palo sia d'argento e la dicitura d'oro». «Presto saremo a Gerusalemme».

La «trilogia spaziale» di Lewis, pubblicata in Italia da Mondadori ed ora in ristampa, comprende   tre   romanzi: Lontano  dal  pianeta  silenzioso (1938), Perelandra (1943) e Quell'orribile forza (1945), di cui ora è reperibile soltanto il primo.

Dopo aver letto quanto Lewis ha scritto sul valore dell'allegoria non è facile leggere la storia del «buon» filologo di Cambridge e del suo viaggio forzato su Marte, con quel che segue, solo come un «ottimo esempio della miglior fantascienza», come si è più volte fatto. Indubbiamente lo è, anche se di un genere un po' diverso da Guerre Stellari, tuttavia non si può non accorgersi di come il tema sia connesso al pensiero di Lewis. Un uomo, trascinato a forza in una incredibile impresa di ricerca scientifica, via via vi si appassiona, sino a diventarne il più sincero partecipante e difensore, contro la malvagia determinazione di chi l'ha concepita.

«E" la lotta», è stato scritto, «del Bene contro il Male», ma non credo che Lewis sarebbe d'accordo. Il Male ed il Bene, troppo concreti per essere due «principi» che si combattono, sono le due possibilità, le due direzioni che il cammino dell'uomo può prendere. L'una lo conduce verso il compimento di sé, l'altra lo annichilisce.

«Noi» scriveva Berlicche, «possiamo strascinare i nostri ammalati con una continua tentazione perché noi li destiniamo solo alla tavola, e maggiori saranno le interferenze con la loro volontà meglio sarà. Egli non può «tentare» alla virtù come noi tentiamo al vizio. Egli vuole che essi imparino a camminare, e perciò deve tirar via la mano; e purché ci sia veramente la volontà di camminare, Egli sembra gradire perfino il loro inciampare».

L'abolizione dell'uomo, una breve riflessione del 1943 sul sistema ed il processo educativo nella società moderna ed Il brindisi di Berlicche, che contiene oltre al discorso pronunciato dal Sottosegretario infernale alla cena annuale al College dei giovani tentatori, alcuni scritti e discorsi di Lewis su temi vari, queste sono le due rimanenti traduzioni italiane della ricchissima produzione letteraria di Lewis. Rimangono ancora non tradotti i suoi saggi di critica letteraria, alcuni importanti studi «teologici» come The problem of pain (Il problema del dolore, del 1940), The four loves (I quattro amori, del 1960), Christian reftections (pubblicato postumo nel 1967).

E dal momento che noi non possiamo
imbrogliare l'intera razza umana per
tutta la lunghezza del tempo, ci è di
suprema importanza tagliare ogni generazione
fuori da tutte le altre.
Berlicche

Dai critici il nome di Lewis è stato spesso accostato a quello di G.K. Chesterton, molti lo definiscono «chestertoniano» e riconoscono tra le sue doti principali quella di essere un apologista capace di creare con facilità analogie ed immagini legate all'esperienza quotidiana per «dimostrare le più alte verità». Non per tutti però l'accostamento a Chesterton ha un significato positivo, qualcuno lo giudica troppo «dogmatista» o scrive di provare per il suo stile una sorta di irritazione o di esasperazione.

Ritengo che il riferimento a Chesterton non sia sbagliato. Molte cose li accomunano anche nella loro esperienza personale.

Ricordo, per esempio, che nella sua autobiografia, Chesterton scrive che il primo ricordo preciso che ha della sua infanzia è un teatrino, o meglio lo scenario di un teatrino giocattolo, che raffigurava, mi sembra, il cortile di un castello con un ponte levatoio. Chesterton scrive che da allora il suo desiderio fu uno solo, quello di attraversare quel ponte, fino a che qualcuno non lo attraversò per andare da lui.

Anche Chesterton si «convertì» alla fede da adulto ed anche per lui essa fu un inizio, che trovò subito espressione nella sua opera (l'Ortodossia) e segnò il punto di riferimento di tutta la sua esistenza.

Lewis lesse ed amò Chesterton, secondo nelle sue preferenze solo a George McDonald. Ma credo che ci sia una differenza tra queste due grandi figure.

Chesterton è lo scrittore della razionalità della fede, è il «defensor fidei» che padroneggiandone le ragioni si concede il paradosso. Lewis è lo scrittore del senso religioso, cioè della passione che l'uomo ha per l'infinito e della sua dipendenza da esso.

BIBLIOGRAFIA

Edizioni in italiano delle opere di C.S. Lewis, aggiornata al gennaio 2006

contributi on-line

recenti reazioni al suo pensiero

Nel 2005 esce il film, ispirato alla sua omonima raccolta di fiabe, Cronache di Narnia.

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