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Manzoni, la poetica

L'aspetto caratterizzante della poetica manzoniana è già contenuto in nuce nel Carme all'Imbonati (vv. 40-48) del 1805.

«Sentir... e meditar»: in una lettera al Fauriel di poco posteriore alla composizione del Carme, Manzoni spiega: «Io credo che la meditazione di ciò che è, e di ciò che dovrebbe essere, e l'acuto sentimento che nasce da questo contrasto, io credo che questo meditare e questo sentire siano le sorgenti delle migliori opere sia in verso che in prosa dei nostri tempi».

Comprendere la realtà storica, soffrirla alla luce d'un'idea morale: con ciò sono decisamente bandite la tendenza all'evasione fantastica; l'arte intesa come diletto consolatorio; un compiaciuto immaginare o sentire fine a se stesso.

Si tratta, invece, d'un immaginare e di un sentire che nascono dalla intuizione d'una verità (storica) e approdano alla verità: verità e poesia sono strettamente legate. Nell'Urania, la poesia svolge una funzione redentrice ed educatrice: vi si compie una sorta di foscoliana deificazione dell'attività poetica e perciò dell'umano. Il poemetto, dopo la conversione, è ripudiato da Manzoni («Scriverò versi peggiori di questi, ma come questi mai più» a Fauriel). La redenzione è fondata su un fatto avvenuto nella storia, l'educazione al bene non può essere opera dell'uomo ma avviene nella Chiesa attraverso l'operare della Grazia. Di conseguenza la poesia diviene:

a) celebrazione dell'opera della Grazia, dei grandi fatti della Redenzione di Cristo (Inni sacri, da 12 ideati, 5 realizzati: Resurrezione 1812, Nome di Maria 1813, Natale 1813, Passione 1815, Pentecoste 1817-22);

b) celebrazione dell'incidenza di quei fatti nella nifica che l'arte è creazione.

L'imitazione e le regole, che si vogliono far risalire ad Aristotele, sono in realtà un'invenzione dei grammatici, che hanno abusato del suo nome per «instaurare un deplorabile dispotismo».

Il valore morale dell'arte

Il fine che il poeta deve proporsi è di «interessare per mezzo della verità: non domandiamogli altro che di essere vero».

E la verità è, come dice nelle OMC, «questo fondo comune di miseria e di debolezza», «ciò che è e ciò che dovrebbe essere, il bene e il male» (Prefazione).

Noi viviamo in una sfera di idee e di realtà «stretta ed agitata»: il poeta ci sollevi a una sfera «di idee calme e grandi», agli ideali di giustizia e di bontà che ciascuno porta in sé.

2) Lettera sul Romanticismo (1823)

Manzoni vi si professa romantico, mostra perché è arrivato alla professione romantica. La lettera consta di due parti, una negativa e una positiva.

I - Nella prima, più sviluppata, Manzoni dice che il Romanticismo rifiuta l'imitazione servile (che non vuol dire lettura) dei classici; le unità di tempo e di luogo, la mitologia. I due primi rifiuti sono giustificati dal fatto che sono «irragionevoli», se si tien conto che ogni opera poetica è «organismo» che ha una sua legge intrinseca; il concetto di imitazione, cui neppure i classici stessi si sono attenuti, presuppone inoltre un'unica forma di bellezza. La mitologia, infine, va rifiutata perché «è cosa assurda parlare del falso (gli dei bugiardi) riconosciuto come si parla del vero; cosa fredda, perché non richiama nessuna idea o sentimento a un mondo che è cristiano; cosa noiosa il ricantare questo freddo e questo falso». Non c'è quindi una giustificazione pone?

L'intento di Manzoni in questo discorso è dimostrare che ciò è impossibile e assurdo, in quanto:

a) l'unico VERO con carattere di storicità è quello POSITIVO, e il VEROSIMILE di per sé non vi aggiunge nulla;

b) è impossibile fondere STORIA e INVENZIONE, VERO e VEROSIMILE.

Pare che Manzoni sconfessi completamente il suo romanzo storico (I Promessi Sposi). In realtà la riflessione teorica lo aiuta a dare un senso più chiaro alla propria opera; se davvero fosse stato persuaso che storia e invenzione sono incompatibili, perché si sarebbe tanto preoccupato di offrire, durante la stesura dello studio sul romanzo storico, un romanzo storico come capolavoro di poesia? (Del Romanzo Storico: 1830-1845; edizione definitiva Promessi Sposi: 1840-1841).

Inoltre nel discorso stesso «Del Romanzo Storico» il Manzoni rinvia al «Dialogo dell'Invenzione» come allo sviluppo ultimo del suo pensiero in proposito.

4) Dialogo dell'Invenzione (1841-1845).

Costituisce la risposta alla domanda: il vero e il bello, il vero storico e l'immaginazione, il bello morale e il bello artistico, tutto insomma, dove trova la sua ragionevolezza? La risposta di Manzoni si articola così:

a) l'artista, a differenza dello storico, «inventa», ma come? in che senso?

b) L'«inventare» (dal latino «invenio») significa «trovare» qualcosa che preesiste, rendere presente alla mente un'idea che era prima che l'artista la rivelasse;

c) ma queste idee dov'erano prima di venire in mente all'artista? Nella mente di Dio. L'inventare assume il significato di scoperta del VERO DI DIO.

d) Così anche il romanzo storico non è più unione di storia = vero e di invenzione = falso, bensì di VERO STORICO e di VERO POETICO,