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Georges Simenon

Per tutti è il padre del commissario Maigret. Ma la produzione sterminata di uno degli scrittori più prolifici del Novecento, scomparso giusto vent'anni fa, è tutta percorsa da un filo rosso: la libertà irriducibile dei suoi personaggi. Così basta un incontro, una malattia, una passeggiata... E il copione di una vita che li vorrebbe pietrificare salta in aria

vita

di Stefano Zurlo

Georges Simenon

Nasce a Liegi, in Belgio, il 13 febbraio 1903. Nel 1922, dopo la morte del padre, decide di trasferirsi a Parigi. Nella metropoli francese Simenon trova il successo prima come cronista e poi, nel 1927, con il suo primo romanzo Le Roman d'une dactylo. Esso fa parte di una serie di racconti e novelle che segnano il primo periodo della sua carriera letteraria, opere scritte per giornali popolari sotto lo pseudonimo Georges Sim. Il personaggio del commissario Maigret viene introdotto per la prima volta nel romanzo Pietr-le-Letton (Pietro il Lettone): l'autore racconta che nel settembre del 1929 si trovava nel porticciolo olandese di Delfzijl, per seguire le riparazioni del suo battello, l'Ostrogoth. L'eccessivo rumore gli impediva di scrivere, così raccolse la sua macchina da scrivere e si rifugiò all'interno di un altro battello in secca. Lì e in un vicino caffè, Le Pavillon, nasce il primo vero romanzo con protagonista Maigret, pubblicato in volume nel 1931. A esso ne seguono molti altri, che fanno di Simenon uno scrittore di fama mondiale, tradotto dal francese in più di cinquanta lingue. Con Maigret (1934) Simenon sembra deciso a mandare in pensione il suo celebre commissario per dedicarsi a opere di maggior spessore. Dopo qualche anno, però, cedendo alle richieste degli editori, decide di riprendere a narrare le inchieste di Maigret. E confessa: «Mi sento pieno di rimorsi per aver completamente trascurato Maigret dopo l'ultimo romanzo. È un po' come aver lasciato un amico senza stringergli la mano. Si creano tra un autore e i suoi personaggi dei legami affettivi». In Francia Simenon non ha una dimora fissa: cambia più volte residenza, talvolta si trasferisce sul battello, spesso soggiorna a casa di amici. Finché, nel 1945, emigra negli Stati Uniti. Dopo dieci anni va ad abitare in Svizzera, a Losanna.

È Simenon ad ammettere di aver amato moltissime donne nella sua vita. Ma viene colpito anche da un grande dolore, il suicidio della figlia: «Volevo molto bene a mia figlia», dice in un'intervista dell'aprile del 1979 «era ancora molto giovane? La sofferenza fa parte della vita, come la gioia». Georges Simenon muore a Losanna nel 1989.

La scintilla dell'umano

Stefano Zurlo

Una piega del labbro. Il profilo tridimensionale di un uomo ci può essere consegnato da quel tratto impercettibile. Ci sono persone che hanno vissuto, come dire?, rannicchiate, nella loro mediocrità. In un tran tran senza scossoni. Nel ripetersi di rituali borghesi. Ma avevano dentro, da qualche parte, quel fuoco interiore che covava. Poi la scintilla è scoccata e il fuoco è divampato alto. I romanzi di Georges Simenon sono incendi, fiamme altissime, crepitare di certezze e luoghi comuni là dove non ce li saremmo mai aspettati. Perché è solo la pazienza certosina, quasi da orafo, dello scrittore, ad aver colto, scrutando una foto, quella piega; ad aver capito che una malattia avrebbe fatto saltare come una bomba un'esistenza ordinata; ad aver immaginato cosa può succedere se un distinto medico borghese decide di superare il cerchio perfetto delle consuetudini borghesi ereditate dal padre e prima ancora dal nonno.

Si possono leggere le opere di Simenon, scrittore di una prolificità impressionante, quasi incredibile, come tanti lavori autonomi. Ciascuno a sé stante. E poi li si può rilegare insieme perché quella galleria strepitosa e lunghissima di personaggi memorabili porta nelle viscere dell'umanità.

Il vestito inatteso

E ci fa vedere la vera condizione umana, senza mediazioni e senza filtri ideologici e senza dolciastri medicamenti, oltre la fragile crosta di vite borghesi o di abitudini consolidate. Si tratta di rompere quella crosta, che spesso noi stessi consideriamo immodificabile, parte stessa del nostro scheletro e della nostra carne. E invece no: basta un incidente, un amore o un pretesto e tutto si capovolge: è l'occasione giusta per capire veramente chi siamo.

Ne Le campane di Bicêtre, Renè Maugras si risveglia in ospedale. Fino alla sera prima, era il direttore del principale quotidiano parigino, un potente riverito e temuto. Poi si è sentito male, nel corso di una cena al Gran Véfour, uno dei ristoranti più esclusivi della capitale, ora giace in un letto di ospedale. Gli altri, tutti gli altri, si chinano al suo capezzale e lo colmano di attenzioni impregnate di ossequienza, ma lui sa che non è più così: la sua vita è cambiata, ora il potente di prima non c'è più, al suo posto c'è un uomo libero e inquieto che dal suo letto esplora il mondo. Maugras finalmente va alla scoperta di se stesso.

Come, a tutt'altre latitudini, Hector Loursat. Non siamo più a Parigi ma nella noia della vita di provincia: Loursat, un tempo brillante avvocato, è ormai un fossile. Un ritratto spento appeso alla parete. La sua maestria si è sciolta, complice la bottiglia, lui vive ormai barricato in casa, l'eloquio di un tempo ha lasciato il posto al silenzio. Ma ci sono gli amici della figlia: Gli intrusi, che poi è il titolo del libro. Accade l'imprevedibile, accade un delitto, accade in casa. Sotto i suoi occhi. Lo spettatore deve tornare in campo e darsi da fare, giocare la partita che il destino gli ha assegnato. Finalmente, Hector Loursat esce dalla nicchia grigia e polverosa in cui si era sistemato. Anche per lui è scoccata la scintilla. L'uomo, ogni uomo, non può essere scambiato per l'angolino che occupa da dieci, venti o trent'anni

Ci può essere la solitudine. Anzi le solitudini. Due. Quella monotona di François, il grande attore francese tradito e abbandonato dalla moglie; quella volubile di Kay, riempita da mariti e amanti. Due solitudini. Alte come un muro. Impenetrabili. Senza vie d'uscita. Poi una passeggiata vorticosa per le vie di New York - Tre camere a Manhattan - trasforma l'esclusione in inclusione. L'assenza in appartenenza. Il vuoto in amore. La felicità è un vestito inatteso che non si sa come portare ma che addosso sta benissimo.

La smorfia del labbro

Il segreto di Simenon e della sua produzione sterminata è questo: cercare oltre il bordo della nostra umanità la spia rossa che prima o poi si accenderà. Perché l'uomo immerso nel brodo di un'esistenza stagnante si può trasformare in assassino. O può comunque sconvolgere il copione. Uscire dal quel cerchio. Amare ed essere amato. È il sogno del dottor Mahé che porta la famiglia a Porquerolles, ma intanto sogna. Lui è dentro quel cerchio. Ci sono gli zii, le zie, i cugini, le cugine. Sono tutti immobili. Statue pietrificate. Lui chiede permesso, vuole uscire, vivere. «Al diavolo i Mahé. A cosa lo avevano destinato? Proprio a niente. Come nel sogno, avevano davvero tracciato attorno a lui un cerchio di pietra. Sposerai Hélène perché è dolce e remissiva. Avrai dei figli da lei. Andrai a visitare i pazienti in motocicletta per risparmiare la benzina. Farai il medico condotto per tutta la vita e la tua casa sarà tenuta in modo impeccabile».

Ma qualcosa, qualcosa dentro quegli automi borghesi o proletari si ribella: meglio scegliere un destino, a costo di sbagliare e di combinare disastri, che seguire lo spartito preparato da altri. Ciascuno può leggere Simenon, i suoi romanzi, i gialli e gli altri, le inchieste del commissario Maigret, seguendo questo filo. E passando da una sorpresa all'altra. Ecco tre foto: tre uomini. Tre generazioni. Tre epoche. Il nonno, Dave il padre e il figlio Ben, protagonista de L'orologiaio di Everton. Tre persone che non avevano chinato del tutto la testa davanti ai drammi della vita. Lo scrittore ricava quel margine di libertà incomprimibile dalla smorfia del labbro. Eccola la spia rossa: «Lo sguardo dei tre uomini non tradiva forse una stessa vita segreta, o meglio, una vita che aveva dovuto ripiegarsi su se stessa? Sguardo di esseri timidi, quasi rassegnati, mentre l'identica smorfia del labbro indicava una ribellione repressa».

Gli occhi di Jerome.

Ecco perché val la pena vivere ed ecco perché Simenon racconta attingendo a un inesauribile catalogo di vicende. È lo stesso scandaglio adoperato da Maigret, protagonista fra gli anni Trenta e gli anni Settanta di qualcosa come settantacinque romanzi e ventotto racconti. «Che pista segue?», gli chiedono dopo l'ennesimo delitto. «Tutte», è la risposta folgorante. Maigret cattura, prima che l'assassino, un clima, una sensazione, un carattere, un modo di essere. Si mescola ai killer, li osserva per giorni senza pregiudizi, smonta come fossero congegni gli stati d'animo che li hanno spinti a commettere azioni terribili. Mangia addirittura con loro e dorme al loro fianco. Ci sono personaggi rispettabili, come il giudice Forlacroix, che nasconde delitti antichi. E ci sono relazioni torbide, amori obliqui, sentimenti sporchi e doppi. Come ne La chiusa numero 1: Alina, ragazza misteriosa e vaga, Gassin, il presunto padre, Émile Ducrau il cui nome rimbalza da una chiatta all'altra, fra canali, sirene, rimorchiatori carichi di legname.

In fondo, il Simenon tessitore di storie cupe, disperate e tenerissime, ha sempre tenuto l'occhio del bambino. È diventato adulto, ma è rimasto il piccolo Jerome di Pioggia nera. Il mondo convenzionale degli adulti gli sta stretto. Come i perimetri stabiliti una volta per tutte e le traiettorie già segnate. Jerome era curioso, curiosissimo, amava Albert e odiava la zia, vedeva quel che si muoveva oltre le tendine che schermavano la vista. E alla fine ne sapeva più dei grandi.

Tratto da Tracce N.8, Settembre 2009

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