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J.R. Tolkien

Vita

John Ronald Revel Tolkien nasce il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, nel Sudafrica, da genitori inglesi originari di Birmingham, Inghilterra. Nel 1894 nasce il fratello Hilary. Morto il padre nel 1896, la madre con i due figli - già rimpatriata l'anno precedente - si sposta da Birmingham al villaggio di Sarehole. ritratto

Dalla madre, convertitasi al cattolicesimo nel 1900, Tolkien eredita l'amore per le lingue e per le antiche fiabe e leggende. Nel 1900 Ronald comincia a frequentare la King Edward's School a Birmingham, e dal 1904 - quando muore la madre di diabete all'età di soli 34 anni - Ronald e Hilary vengono educati da padre Francis Xavier Morgan, un sacerdote cattolico, proveniente dalla cerchia dei collaboratori del cardinale John Henry Newman (1801-1890). Il futuro filologo - riferisce il biografo Humphrey Carpenter - afferma: ""Mia madre è stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede". Ronald Tolkien scrisse queste parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia emozionale sia spirituale".

Tolkien studia poi all'Exeter College di Oxford, sostenendo nel 1913 l'esame di laurea in Lingua e Letteratura inglese. Nel 1916 sposa Edith Bratt, da cui avrà tre figli e una figlia. Durante la Prima Guerra mondiale si arruola nei Fucilieri del Lancashire e viene inviato in Francia. Rimpatriato, in seguito a "psicosi traumatica da bombardamento", ritorna a Oxford nel 1918 dove finisce gli studi, continuando a studiare le antiche lingue e letterature e dedicandosi in particolare al Beowulf. Per due anni collabora alla redazione dell'Oxford English Dictionary.

Dal 1921 Tolkien è lettore e poi professore (nel 1924) di Lingua inglese alla Leeds University. Dal 1925 al 1945 insegna Lingua e Letteratura anglosassone al Pembroke College a Oxford. Nel 1926 incontra per la prima volta C.S. Lewis, anglista e scrittore, e tra i due nasce una profonda amicizia. Insieme fondano il circolo "The Inklings" (che potremmo tradurre con "I Sommessi" o "gli Scarabocchiatori").

Nel 1945, sempre a Oxford, assume la prestigiosa cattedra di Lingua e Letteratura inglese al Merton College, fino al suo ritiro dall'attività didattica nel 1959. Il campo degli studi di Tolkien è quello delle lingue germaniche; per le sue ricerche in questo campo riceve molti titoli onorari, tra cui quello dell'Alto Ordine Britannico, il Cbe (riconoscimento ai meriti professionali), dalla Regina, e il dottorato honoris causa. Tolkien muore il 2 settembre 1973 a Bournemouth.

Le opere

Autore di opere scientifiche e di edizioni critiche di testi antichi - come A Middle English Vocabulary, del 1922; l'edizione del manoscritto Ancrene Wisse: The English Text of the Ancrene Riwle, del 1962; il contributo alla traduzione della Jerusalem Bible, del 1966; le edizioni di Sir Gawain and the Green Knight, Pearl, and Sir Orfeo, del 1975, in precedenza pubblicati separatamente; il testo, tradotto e commentato, The Old English Exodus, del 1981; Finn and Hengest: The Fragment and the Episode, del 1982, curato da Alan Bliss; e The Monsters and the Critics and Other Essays, del 1983, curato dal figlio Christopher -, Tolkien è però noto soprattutto per la narrativa, la poesia e la saggistica a queste collegata. In quest'ambito altrettanto vasto, eccellono The Hobbit, del 1937; The Lords of the Rings, del 1968, già apparso in volumi separati fra il 1954 e il 1955; e The Silmarillion, del 1977. A questi si aggiungono Guide to the Names in "The Lord of the Rings". A Tolkien Compass, curato da Jared Lobdell nel 1975, nonché i testi incompiuti e le "prime versioni" che, dal 1983, il terzogenito cura e pubblica nella serie The History of Middle-Earth giunta al nono volume.

  interpretazione

1) rileggendo il Signore degli Anelli

immagine tratta da Il Signore degli AnelliIn questo breve contributo vorremmo evidenziare alcuni elementi, di carattere piuttosto filosofico-teologico che letterario, che ci hanno colpito. Per poter appieno capire quanto andiamo dicendo sarebbe bene aver già letto qualcosa di Tolkien, o almeno ...accingersi a farlo! Ne vale la pena, perché non si tratta di favole per bambini (anche se la sua lettura non è certo da proibire ad alcuno), ma di opere su cui riflettere. Lo prova anche quello che è per altri versi un limite della prosa di Tolkien, limite che lo differenzia da altri autori di fantascienza (pensiamo in particolare ad Asimov), ossia una certa lentezza dell'azione, l'assenza di colpi di scena spettacolari: segno, ci pare, che ciò che l'autore cerca non è anzitutto un divertimento in senso pascaliano, una evasione dalla realtà, ma piuttosto una rilettura della realtà, che ne sveli il lato normalmente dimenticato, ossia la lotta tra il Bene e il Male.

In questo senso bisogna dire che lo stesso Tolkien ha conosciuto una evoluzione, da Lo Hobbit (1937) alla trilogia de Il Signore degli anelli (1954/5). Nel primo romanzo predomina la dimensione esteriore, materiale, il problema è riconquistare un tesoro, il tesoro dei Nani, loro sottratto dal Drago Smog: obbiettivo di per sé legittimo, ma in fondo abbastanza meschino, comunque particolare, limitato. Nella trilogia invece la posta in gioco è la salvezza del mondo, il trionfo del Bene in lotta totale contro il Male, contro un male che non è solo ingiustizia materiale, ma dominio spirituale degli esseri di cui si impossessa e che lo servono. Se là il massimo del male era l'ingiusto possesso di un tesoro, qui il male si manifesta come volontà di annullare la personalità altrui per farne il docile strumento del proprio perverso potere. Ancora, ne Lo Hobbit i "buoni" agiscono in modo strutturalmente scoordinato, il reciproco aiuto che si prestano, quando se lo prestano, è puramente fortuito, occasionale, e non privo di riserve e di sospetti. Nella Trilogia invece le forze del bene si uniscono cordialmente in una grandiosa, epica alleanza ispirata da toni apocalittici.

Perciò preferiamo soffermarci appunto sulla Trilogia, per coglierne alcuni tratti salienti, come dicevamo.

1. Anzitutto colpisce come le forze del male, pur pilotate da un'unica "centrale", il diabolico Sauron (che a sua volta rimanda a Melkor, "l'Oscuro Signore", creato direttamente da Ilùvatar, l'Essere supremo increato), non riescono ad essere davvero unite. Cosi il fronte del male deve registrare la defezione dello stregone Saruman (cfr. Le due torri, 2° vol. della Trilogia); cosi tra gli Orchetti, servi tremebondi di Sauron, non vi è accordo sul come trattare i "buoni" che sono riusciti a far prigionieri (cfr. Le due torri, cap. 3)

2. Mentre il male è intimamente diviso, costretto al più ad una forzata, esteriore unità, sotto cui si celano odio e invidia, il Bene interpella ad una scelta libera, senza che si possa non dare una risposta, positiva o negativa. L'impossibile neutralità è evidente nel personaggio di Barbalbero. Questi, strana via di mezzo tra un albero e un uomo, vorrebbe tenersi fuori dalla mischia, non stare da nessuna parte:

"Non mi sono mai preoccupato delle grandi guerre (...). A me non piace essere tormentato dal futuro. Io non sono dalla parte di nessuno, perché nessuno è del tutto dalla mia parte" (Le due torri, cap. 4, p.79 ed. Ital. Rusconi)

Ma poi, di fronte all'evidenza delle devastazioni che il Male sta provocando, capisce che deve prendere una posizione netta, e si schiera con il Bene.

Difficile non vedere in questa impossibilità di un naturalismo pasciuto e beota una assonanza col tema agostiniano delle due città, che si fronteggiano in lotta mortale, senza che lembi di terreno possano restare terra di nessuno: qualsiasi azione umana è significativa, non è neutra, concorre alla costruzione della civitas Dei oppure a quella della civitas diaboli.

3. Altro elemento importante di convergenza col Cristianesimo è il non rispondere al male col male. Cosi le forze del bene usano clemenza, pur non abdicando ad una nettezza di giudizio, nei confronti di personaggi negativi, ma la cui definitiva identificazione col Male non è ancora certa. Ad esempio il perfido consigliere del Re Théoden di Rohan, Vermilinguo, pur riconosciuto come impostore, non viene ucciso, ma semplicemente allontanato dalla reggia; analogamente avviene di Saruman, lo stregone cattivo, dopo la distruzione di Isengard:

"Che cosa farai a Saruman? -Domanda uno dei buoni a Gandalf, loro capo, che risponde cosi:-

Io? Nulla (...) Non gli farò assolutamente nulla." (Le due torri, cap.10, p.211 ed. Ital. Rusconi)

Cosi anche Gollum, personaggio ambiguo, che pur senza essere coscientemente sottomesso al Male, presta al Bene un'obbedienza puramente esteriore, non viene ucciso dai buoni, ma muore per la sua stessa ingordigia (Il ritorno del Re, tr. It. Rusconi, pp. 238 sgg.). Il "buon" Sam, trovandosi di fronte a lui in un drammatico confronto alle falde del "Monte Fato", in un confronto da cui dipendono le sorti nientemeno che del mondo, e sapendo che Gollum non può che ostacolarlo, lo potrebbe ammazzare, ma se ne trattiene:

"La mano di Sam esitò. (...) Sarebbe stato giusto uccidere quell'essere infido e cattivo, giusto e più volte meritato; e sembrava anche l'unica cosa sicura da farsi. Ma in fondo al cuore qualcosa lo tratteneva. Non poteva colpire quella cosa distesa nella sabbia, disperata, distrutta, miserevole." (Op.cit., p.239).

È evidente come Tolkien si allontani dall'impostazione, tipica della mentalità protestante, che tende all'eliminazione dell'avversario, per avvicinarsi invece ad una immagine di misericordia più prossima al cattolicesimo.

4. Non altrettanto si può dire dell'idea che il Potere sia in quanto tale negativo. Ci riferiamo all'Anello, che appunto conferisce a chi lo porta un particolare potere (la cui manifestazione più clamorosa, ma non unica, è l'invisibilità). I buoni vengono ammoniti a non combattere il Male avvalendosi della forza che loro garantirebbe l'Anello, perché da tale forza non sarebbe disgiungibile un inesorabile e intimo avvelenamento, che li renderebbe sempre più simili a ciò contro cui vorrebbero lottare (cfr. soprattutto ne La Compagnia dell'Anello). Tant'è che poi diviene impellente, per lo schieramento del Bene, l'imperativo di distruggere l'Anello, come difatti accade.

Ora, è certo che Cristo ha detto che il Suo Regno non è di questo mondo, ma ciò non comporta che il potere, pur esercitando una indubbia tentazione, sia necessariamente legato ad una logica negativa. E in realtà non si può nemmeno dire con certezza che Tolkien stesso lo sostenga, dato che si potrebbe intendere la diffidenza nei confronti del potere dell'Anello come diffidenza solo verso un particolare tipo di potere, preter-naturale. Lo proverebbe anche il fatto che la figura del Re (e vari sono i Re che entrano in scena nella Trilogia) è spesso vista positivamente. E se cosi fosse l'insegnamento ricavabile sarebbe perfettamente convergente con la tradizione cristiana, in cui la Potenza di Dio si manifesta, più che in meravigliose stranezze, o in oscure e torbide magie, nella redenzione del quotidiano, nella pacificata capacità di vivere con intensità l'ordinario, il normale. Pensiamo ad esempio a S.Antonio d'Egitto, che appariva a chi andava a trovarlo come un uomo: "il suo aspetto era sempre lo stesso, non era né ingrassato per mancanza di esercizio fisico, né dimagrito per i digiuni e la lotta contro i demoni (..). non era né disseccato dal dolore, né enfiato dal piacere. Non c'era in lui né riso né tristezza; la moltitudine non lo turbava, e la gente che lo salutava non gli dava una gioia smodata: sempre uguale a sé stesso, dominato dalla ragione, naturale." (Vita di Antonio, cap. 14)

5. Altro fattore importante, emergente già nella Trilogia, ma risaltante ancora di più nell'ultima, e incompiuta opera di Tolkien, il Silmarillion, è quello dell'ultima dipendenza di tutto da un unico Disegno, che è un Disegno buono. Nella stessa Trilogia comunque Gandalf e i buoni sono come guidati da una Mano superiore, mai nominata, ma sempre sullo sfondo, che usa anche del male (Gollum) a fin di bene, come emerge in modo clamoroso nella scena della distruzione dell'Anello: se fosse dipeso dalla capacità della creatura, l'Anello non sarebbe stato distrutto, come era necessario per la salvezza del mondo. Invece accade l'impensabile, che l'Anello venga distrutto non dal virtuoso Frodo, che tale missione esplicitamente si era assunto, ma dall'ambiguo Gollum; questi mirava ad impadronirsi dell'Anello per tenerselo, mentre, dopo esserselo preso (insieme al dito di Frodo), inciampa e precipita nel cratere incandescente del Monte Fato, l'unico luogo al mondo in cui l'Anello avrebbe potuto essere distrutto (cfr. Il ritorno del Re, l.VI, cap. III, Monte Fato).mappa

Ma è soprattutto nel Silmarillion che viene tematizzato in modo esplicito come tutto dipenda da un progetto buono. Anche nel mondo fantastico di Tolkien in effetti esiste un Essere increato, creatore di tutto, Ilùvatar, o Eru. Nulla ci viene detto, è vero, sull'eventuale Sua Trinità: ma non si tratta forse più di discrezione e buon gusto, che di negazione? Non sarebbe stato in fondo irriverente ricalcare esattamente la realtà, una Realtà cosi "tremenda" e inaccessibile come il Mistero Infinito, in quella che infine vuole essere semplicemente una storia fantastica, in quello che per quanto pensato e logico resta pur sempre un mito?

Dunque Ilùvatar crea tutto, a partire da esseri supremi (gli angeli?), gli Ainur, tra i quali c'è anche Melkor, il ribelle, l'orgoglioso (Lucifero?), colui che cerca di guastare i piani del creatore. Questi infatti all'inizio propone loro di eseguire dei temi musicali:

"nel cuore di Melkor sorse l'idea di inserire trovate, frutto della propria immaginazione, che non erano in accordo con il tema di Ilùvatar, ed egli con ciò intendeva accrescere la potenza e la gloria della parte assegnatagli." (Silmarillion, cap. 1, p.12 tr.it.)

Ma Ilùvatar sa come trarre anche da tale male un bene maggiore:

"Ilùvatar parlò e disse: "potenti sono gli Ainur, e potentissimo è tra loro Melkor, ma questo egli deve sapere (..) che Io sono Ilùvatar (...). E tu Melkor È'avvedrai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in Me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell'immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare" ." (Silmarillion, cap. 1, p.13 tr.it.)

Come non vedere in ciò una trascrizione del paolino "tutto concorre al bene di colro che amano Dio"? Come non ricordare la bella frase di S.Agostino, citata spesso anche da S.Tommaso d'aquino: "In nessun modo Dio permetterebbe che vi fosse del male, se non ne sapesse ricavare un bene ancora più grande"?

Questi, in estrema sintesi, alcuni degli aspetti più positivi che mi hanno colpito nell'opera di Tolkien. Non che manchino anche dei limiti. Ad esempio non si può non notare come l'azione si svolga tutta sul palcoscenico di una oggettività esteriore, senza quasi considerare quella che è vicenda interiore, dramma personale, evoluzione sofferta. Non che i personaggi siano dipinti in modo ruvidamente schematico in buoni e cattivi: esistono sfumature e mescolanze, e talora vengono raffigurate esitazione e lotta interiore, ma senza mai che si possa dare qualcosa di simile all'avvenimento della conversione. La volontà come rapporto ad una scelta morale entra poco nel gioco del racconto. I personaggi non hanno una storia, se non in rapporto a qualcosa di contingente e di esterno, mentre la loro adesione o avversione al Bene viene data scontatamente come fissata una volta per tutte. Cosi vediamo come quasi tutti i protagonisti siano strutturalmente sinceri, e i loro intenti "semplici" ed elementari.

Non dobbiamo però chiedere troppo all'autore: il genere letterario da lui scelto in qualche modo lo obbligava a porre l'accento sulle vicende esterne piuttosto che sul dramma interiore.

In conclusione possiamo ritenere che l'opera di Tolkien sia insieme un interessante testimonianza e una fonte di (vorremmo dire utile) divertimento (almeno per chi abbia una qualche predisposizione al genere fantastico!).

2) Il "vero Tolkien"

(dal sito dell' I.D.I.S. - Istituto per la Dottrina e l'Informazione Sociale)

Le opere del Tolkien narratore vengono pubblicate e divengono famose - a volte originando un vero e proprio "culto della personalità", che il filologo non incoraggia e che anzi detesta, rifugge e teme - negli anni 1960 e 1970, contrassegnati dall'"alternativa", dalla psichedelia, dalla "fuga dalla realtà" e dalla contestazione. Accanto alla commercializzazione, talora brutale, della sua immagine, l'ideologizzazione di cui è fatto oggetto, anche in Italia, produce distorsioni assurde, che interpretano The Lord of the Rings ora come "bibbia" degli hippy; ora come testimonianza irrazionalista, puramente estetica, "reazionaria" e addirittura "cripto-fascista"; ora come insieme di tesi e di visioni neopagane, gnostiche ed esoteriche. Le opere tolkieniane sono, invece, incentrate su un grande affresco, di carattere anche teologico, fondato su amor, pietas e caritas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza - compresi la dedizione, l'abnegazione e l'eroismo anche dei "piccoli" -, che il filologo ammirava nelle letterature classiche, nei racconti epici e mitologici, e nella Bibbia. Formato ai valori più classici del patriottismo inglese, del conservatorismo e della fede cattolica, Tolkien è assai lontano dalle descrizioni - a volte vere caricature - proposte da certa critica forzata, che ha fondamento solo in interpretazioni superficiali dei suoi motivi d'ispirazione, dei suoi espedienti narrativi e della sua passione per il mito, insieme emblema, esempio, modello, tipo e ideale. "Devo dire che tutto questo è un mito - scrive Tolkien a proposito della propria narrativa -, e non una nuova specie di religione o di visione". Ossia, "per quanto riguarda il puro espediente narrativo, questo, naturalmente, mi è servito per cercare esseri provvisti della stessa bellezza, dello stesso potere e della stessa maestà degli dèi dell'alta mitologia, che possano però anche essere accettati, diciamo pure audacemente, da chi creda nella Santa Trinità".

Il filologo presenta sé stesso un poco dappertutto nella propria produzione letteraria, ma luogo privilegiato di autodescrizione della figura, dello spirito e della produzione tolkieniane sono certamente il saggio On Fairy-Stories, del 1947, e l'epistolario, del 1981. Poco scrittore di fantasia della modernità e molto più "raccoglitore" di narrazioni epiche, in Tolkien l'apporto creativo si esplicita maggiormente nell'opera di "codificazione" e di trasmissione che non in quella di produzione ex nihilo, dove il significato d'"invenzione" sta più nell'etimo del termine - "trovata", "scoperta", "rinvenimento" - che non nel senso corrente di "ideazione dal nulla" o in quello traslato di "bugia". Le sue storie - non necessariamente fattuali, ma reali perché vere - sono prodotto di "sub-creazione"; ovvero, della capacità poietica - produttrice e poetica - dell'uomo che crea, partecipando della facoltà più importante del proprio Creatore a immagine e somiglianza del quale è stato fatto. Dunque, la creazione letteraria come produzione umana che è imitatio Dei e cantico del e all'Altissimo, nonché uso dei talenti in una vita vissuta - militia super terram, nel senso più vasto - per tessere le lodi del Signore, a Lui ritornare e a Lui offrire la consecratio mundi. Strumento è la parola umana il cui inscindibile e profondo legame con il Verbo di Dio fattosi carne non sfugge a Tolkien filologo e narratore. "Io pretenderei - scrive -, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l'antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire".

 

Lo scrittore cattolico

Il padre gesuita Guido Sommavilla e il frate minore francescano Guglielmo Spirito hanno, in Italia, evidenziato e sottolineato la dimensione cattolica della narrativa tolkieniana. "Il Signore degli Anelli è - scrive il filologo al padre gesuita Robert Murray - fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la "religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so". Sottolineando l'importanza dello "Scrittore della Storia (e non alludo a me stesso) "l'unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene nominata" (come ha detto un critico)", Tolkien osserva: "Nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini". Apertamente egli afferma: "[...] sono un cristiano (cosa che può anche essere dedotta dalle mie storie), anzi un cattolico. Quest'ultimo fatto forse non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all'Eucarestia. (Cioè: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica)". Cattolica è anche l'estetica dello scrittore, che parla di "[...] Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità".

Dunque, completamente errata e fuori luogo è l'impostazione - origine ed emblema di molte altre analoghe, anche diversamente formulate - del filosofo e leader della Nuova Destra francese Alain de Benoist, che nel "manuale" Comment peut-on être païen? del 1981, in traduzione italiana nel 1984, indica Tolkien - con altri - quale modello di preteso "neopaganesimo". "Al di là di questa [...] vita oscura [...], io ti propongo l'unica grande cosa da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento - scrive il filologo in una lettera al terzogenito Christopher -. [...] Qui troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte".

Immagini

Per approfondire

Fra le opere :

Il Signore degli Anelli, trad. it., Rusconi, Milano 1977;
Il Silmarillion, a cura di Christopher Tolkien, trad. it., Rusconi, Milano 1978;
Albero e foglia, ed. accresciuta, trad. it., Rusconi, Milano 1988;
Lo hobbit o la riconquista del tesoro, trad. it., Adelphi, Milano 1989;
La Realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, a cura di Humphrey Carpenter e C. Tolkien, trad. it., Rusconi, Milano 1990.

su Tolkien

H. Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, trad. it con introduzione e note di Gianfranco de Turris, Ares, Milano 1991;
Idem, Gli Inklings. Clive S. Lewis, John R.R. Tolkien, Charles Williams & Co., trad. it. Jaca Book, Milano 1985;
Emilia Lodigiani, Invito alla lettura di Tolkien, Mursia, Milano 1982;
Guido Sommavilla S.J., Peripezie dell'epica contemporanea. Dialettica e mistero, Jaca Book, Milano 1983, pp. 417-440;
Guglielmo Spirito O.F.M., Sotto il tuo patrocinio: Tolkien e Nostra Signora, in San Francesco, n. 5, maggio 1995, pp. 50-51.

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