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Chopin - Preludio op. 28 (la goccia)

di Luigi Giussani

Avevo sentito decine e decine di volte questo pezzo di Chopin con il mio povero papà, che amava sempre sentire musica tutte le mezz'ore che era a casa. Questo pezzo piaceva molto a mio padre e anche a me è incominciato a piacere: man mano che diventavo grande - nove, dieci anni - è incominciato a piacere. Mi piaceva molto la melodia di primo piano, perché è facile ad intendersi ed è molto piacevole: il primo sentore del pezzo impone, infatti la suggestività della musica di primo piano.

Ma dopo averlo sentito decine e decine di volte - era ancora prima di entrare in seminario (mi mancavano ancora alcune settimane ad entrare, perché avevo deciso: dal giugno all'ottobre avevo deciso) - successe che, mentre ero lì seduto, sento che mio papà attacca ancora questo pezzo. Improvvisamente ho capito: ho capito che non avevo capito niente. Ho capito che il tema del pezzo non era la musica di primo piano, la melodia immediata, tenera e suggestiva, di primo piano; non era l'audizione istintiva del pezzo che faceva emergere la verità del pezzo.

La verità dei quel pezzo era una cosa assolutamente monotona, tanto monotona è una sola nota che si ripete continuamente, con qualche leggera variazione, dal principio alla fine. Ma quando uno si accorge di questa nota, è come se il resto - e così deve essere - passasse, non in seconda linea, ma ai margini, diventando come la cornice di un quadro. Nel quadro c'è questa nota, il quadro è fatto solo di questa nota, che diventa come una fissazione, e così, dal principio alla fine, si è come percossi continuamente da questa fissazione.

E io ho capito, senza poterlo pronunciare in un discorso, ho intuito allora di che si trattava. Ho detto: "Così è la vita! Questo pezzo è bellissimo perché è il simbolo della vita". Nella vita l'uomo è percosso dalle cose che lo inteneriscono più istintivamente, che istintivamente gli piacciono, gli sono di comodo, di gusto... Insomma, domina l'istinto, l'immediato, il facile, il travolgente.

Invece la vita è una cosa che sta al di là della musica di primo piano: è una nota sola dal principio alla fine, da quando si è fanciulli a quando si è vecchi.

Una nota sola. Quando ci si accorge di questa nota non la si perde più, non si può più perderla, resta una fissazione. Ma è una fissazione che rende saggi, è la fissazione che fa il sapiente, è la fissazione che fa l'intelligente, è la fissazione che fa l'uomo: è il desiderio della felicità. Quella è la nota che dal principio alla fine domina e decide del significato di tutto il brano di Chopin; questa è la nota che decide dal principio alla fine cos'è la vita dell'uomo: è la sete di felicità. Qualunque cosa ti piaccia, qualunque cosa ti attiri, qualunque cosa desideri, al momento ti fa lieto, ma dopo passa. Ma c'è una nota che rimane intatta, pur con qualche leggera mutazione; dal principio alla fine rimane intatta nella sua profondità e nella sua semplicità assoluta, e - dicevo prima - nella sua univocità domina la vita: la sete di felicità.

Tutti gli artisti hanno, in qualche loro pezzo più bello degli altri, il genio di ricomporre e ripetere questa monotonia, che è più bella di qualsiasi variazione.

A un certo punto, se si segue la nota come fissazione, è come se non si riuscisse più a fiatare, perché si è come oberati, diventa un peso questa nota, tanto che a un certo punto la nota si ritrae e la musica di primo piano sembra averla vinta. Come dire: "Finalmente ci siamo! Finalmente siamo liberi!". E scandite due, tre, quattro note, in fondo. Ma uno ha appena finito di pensare: "Siamo liberi da questa nota", che quella nota riprende e finisce il pezzo. La sete di felicità, il destino di felicità si può per breve tempo obliterare, dimenticare, ma ritorna, come urgenza senza della quale l'uomo non può vivere: inizia e finisce il breve brano della nostra vita.

Così abbiamo fatto risentire questo brano di Chopin perché quella nota sia riconosciuta da voi in voi stessi: perché l'io è un brano di musica fatto di quella nota, che ha a tema quella nota, anche se le cose che fanno impressione sono quelle più superficiali: il piacere immediato, il gusto immediato, la riuscita immediata, l'impressione immediata, la reazione, l'istintivo... Quella nota distrugge continuamente l'istinto e impedisce che ci si adagi e ci si fermi; impedisce che ti fermi, ti arresti, perché l'istintivo impietrisce: l'istintivo dell'amore, l'istintivo della bellezza, l'istintivo del gusto del lavoro, l'istintivo della riuscita ti fossilizza, ti impietrisce. È questa nota che sbriciola queste pietre e muove tutta la realtà del tempo della nostra vita, la muove come l'acqua del fiume muove i sassi e come il mare muove la sabbia.

Cristo è la risposta alla sete di felicità, perché è il Mistero di Dio che si è fatto uomo per farci capire; si è fatto uomo per mangiare insieme, mangiare e bere insieme, camminare insieme. Parlava come parlava qualsiasi altro, solo che c'era dentro qualcosa, c'era dentro una nota in quell'uomo.... "Nessuno ha mai parlato come quest'uomo". Finché non ne poterono più e lo assassinarono. Ma lui risorse... e la nota finisce il pezzo.

Tratto e riadattato dal sito di don Gabriele Mangiarotti
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