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Incompiuta, perché?

di Enrico Raggi

Franz Schubert intese la musica come compagnia, luogo di rapporti umani, veri: la sua intera esistenza, i suoi Lieder, le "schubertiadi" (riunioni musicali in casa di amici) furono un incessante cammino in tale direzione. Lacerante invocazione di aiuto è anche la sua Ottava Sinfonia (Incompiuta), straordinaria composizione che rappresenta un unicum nella storia della musica, composta intorno al 1824, quando Beethoven ha già scritto tutte le sue Sinfonie. La forma sinfonica, dopo di lui, non potrà più essere la stessa. Infatti con l’Incompiuta Schubert percorre strade assolutamente vergini.

La realtà si manifesta al giovane Franz in maniera misteriosa, imprevedibile, spietata: il ventisettenne Schubert è perennemente alle prese con difficoltà economiche, incapace di organizzarsi imprenditorialmente, culturalmente disarmato, socialmente ingenuo (l’Incompiuta fu ritrovata casualmente ed eseguita solo 21 anni dopo la sua morte), gli amici lo hanno abbandonato e sono partiti in cerca di fortuna, la sua salute è precaria (il tarlo della sifilide lo mina silenziosamente: morirà di lì a quattro anni), il futuro è un grosso punto di domanda. Perché tutto questo? Il significato sembra inafferrabile. Conviene allora tentare altri percorsi, vie nuove, sconosciute.

La strumentazione dell’Incompiuta è nuova (grande rilievo hanno gli strumenti a fiato, singolarissimi gli impasti di corni e tromboni, ardite le soluzioni timbriche), inedito il canto, novelli i rapporti interni di forza, moderne le tensioni dialettiche (la forma-sonata è volutamente ignorata): Schubert giustappone episodi, espande un nucleo generatore che periodicamente ritorna; fissa un centro a cui guardare e da lì si muove.

Tutto è inaudito, a partire dall’inizio: non una manifestazione di potenza, come tipico di tanto sinfonismo romantico, non un’orchestra fiera e spavalda. E nemmeno un melos viennese. Qui, al contrario, qualcosa affiora da lontananze remote, un suono velato, filtrato da griglie lunari: la melodia di Schubert nasce dal cuore della notte, là nelle lande oscure di violoncelli e contrabbassi. A quel canto enigmatico, malinconico, elusivo, sorto nelle regioni gravi dell’orchestra, risponde, sospesa in un’aria da sera del dì di festa leopardiana, una melodia inerme e tenerissima enunciata da oboe e clarinetto (l’acuta); il secondo tema ricorda invece una danza paesana dai ritmi popolareschi: è l’infanzia di Schubert, il luogo da lui sempre cercato.

Il secondo movimento (Adagio) procede lento come una processione, ascende in cielo con un battito d’ali ferite (sincopi) sfiorando il silenzio è ricco di pause).

Dove ci porta Franz Schubert? Dove s’innalza la voce ferita e supplichevole dell’Incompiuta? C’è in questo lavoro un’essenzialità da chiesa romanica e, allo stesso tempo, una solennità da Cappella Sistina. Tristezza sconfinata, fraseggiare struggente, circolarità. C’è molto che sfugge, che non si fa afferrare. L’Incompiuta moltiplica i piani strutturali e di lettura come in un gioco di specchi: la forma è aperta, potrebbe continuare o interrompersi in qualsiasi momento. È sospesa su una prospettiva d’infinito.

Schubert abbandona la logica rettilinea e drammatica del classicismo, in favore di una dimensione verticale, contemplativa. La domanda di Schubert è angosciosa: egli vuole evadere dalla solitudine e dallo straniamento che vive ed intuisce in lontananza. Schubert si inerpica disperato in cerca di una Compagnia che nega a parole (nel Credo delle sue Messe omette Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam, e nell’Oratorio Lazarus si arresta prima della resurrezione), ma che, comunque, nonostante tutto, afferma. L’Incompiuta non fu mai completata: ancora oggi non sappiamo perché.

Tratto e riadattato dal sito di don Gabriele Mangiarotti
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